L’era del disagio da like: quando bastano tre video e una diagnosi buttata a caso per trasformare l’insicurezza in show
Nel 2025 non serve uno psicologo per sentirti speciale. Basta un video di trenta secondi su TikTok, una voce sussurrata sopra un pezzo di Billie Eilish e una lista di sintomi sparati a caso: “Ti senti stanco? Ti isoli? Non riesci a concentrarti?”. Fanculo, sei ufficialmente depresso. O forse ansioso. O magari sei un narcisista covert con tratti borderline e tendenze ADHD. Benvenuto nel cazzo di circo della psicologia fai-da-te, dove tutti sono malati cronici con diagnosi da influencer e lo psicologo è un ventenne in pigiama che parla dallo specchio del bagno.
La nuova generazione non cerca comprensione, cerca etichette. Non vuole curarsi, vuole distinguersi. Non vuole guarire, vuole piacere. La malattia mentale è diventata un cazzo di badge da mettere in bio, come se fosse un trofeo da mostrare. “Hey ragazzi! Sono Gemma, ho l’ansia sociale, sono super empatica e ho un trauma da abbandono, seguitemi per più contenuti sul mio viaggio spirituale di crescita interiore!” Ma vaffanculo Gemma, tu hai solo bisogno di dormire otto ore, mangiare meglio e smettere di vivere sul cazzo di telefono. Non sei un caso clinico, sei solo esausta e malnutrita.

Questa gente non ha mai visto un TSO, non ha mai parlato con uno che ha davvero il DOC, non sa un cazzo di cosa significhi stare male sul serio. Per loro la depressione è quando ti prende male una sera e ti guardi Netflix da sola. Per loro il bipolarismo è “mi sento carica al mattino e svuotata la sera”. Ma andatevene affanculo. Esistono persone che si svegliano ogni giorno col cervello in guerra, che combattono con impulsi che li devastano, che si trascinano come zombie per mesi. Ma loro non lo urlano su TikTok. Non ne fanno balletti. Non mettono in slow motion le loro crisi con l’effetto vintage e il filtro seppia. Perché chi soffre davvero non ha tempo di editare un reel, ha tempo solo di sopravvivere.
E vogliamo parlare della moda del narcisismo? Madonna quanto cazzo ce l’ho con sta roba. Improvvisamente tutti sono vittime di un narcisista. Tutti hanno avuto una relazione tossica. Tutti hanno scoperto il gaslighting, lo mettono ovunque. “Mi ha detto che era stanco e non voleva vedermi = gaslighting”. NO COGLIONA, è solo stanco di te, non è un manipolatore. Non è un sociopatico, è solo uno con una vita. E se proprio vogliamo dirla tutta: magari sei tu quella tossica, che stalkera le stories e analizza ogni like come se fosse un segnale massonico.
Il dramma è che oggi la psicologia è diventata contenuto. Vendibile. Consumabile. Shareabile. Prendi una frase da un libro serio, buttaci sopra due emoji e una musichetta triste, voilà: terapia istantanea. La complessità emotiva ridotta a pillole da trenta secondi. E il pubblico? Gonfia il petto e si sente compreso. Perché è più facile sentirsi parte di qualcosa che mettersi davvero in discussione. È più semplice dire “sono traumatizzato” che dire “sono un egoista cronico e ho fatto del male a chi mi stava vicino”.
E non è colpa solo degli utenti. È pieno di creator della domenica che si inventano esperti, che parlano di PTSD come se fosse una moda, che danno consigli di gestione dell’ansia tipo “bevi acqua e medita” come se fosse uno spot della San Benedetto. Gente che non ha mai letto un cazzo di manuale, che confonde la dissociazione con la distrazione e la depressione con la noia. Ma hanno seguito, cazzo. Migliaia di poveri cristi che si aggrappano a quei contenuti come se fossero verità rivelate. E più commenti ricevono, più si sentono importanti, più creano merda psicologica con la stessa coerenza di un horoscopo inventato.

Quello che fa più paura, però, è che tutto questo sta uccidendo la credibilità della salute mentale vera. Chi ha bisogno di aiuto viene preso meno sul serio. Chi soffre davvero si vergogna di esporsi perché teme di essere associato a questi pagliacci digitali. Chi ha il coraggio di farsi seguire da un professionista viene deriso, mentre chi si autoetichetta con le diagnosi più cool del momento viene applaudito.
Viviamo in un’epoca dove la sofferenza non va più capita, va esibita. Dove il dolore non è più intimo, è contenuto virale. E dove TikTok non è più un social, è una clinica psichiatrica virtuale con i pazienti che si filmano mentre si autodiagnosticano e si danno ragione a vicenda.
È tutto fottutamente triste. Perché invece di imparare a conoscersi davvero, ci rifugiamo in etichette del cazzo. In hashtag che non curano un bel niente. In diagnosi da 15 secondi. In “parti 1/3” che promettono la verità sull’ansia, ma servono solo a farti restare incollato per il prossimo video.
E allora, se ti riconosci in tutto questo, fatti una domanda seria: sei davvero rotto, o stai solo scappando da te stesso? Sei malato, o ti piace l’idea di esserlo perché ti fa sentire meno solo?
Perché se ogni tuo problema si risolve con un filtro e una didascalia, allora non hai un disturbo. Hai solo bisogno di vivere.
E tu, ignorante, l’hai mai confuso un disagio vero con una moda del cazzo?

