La youtuberite esiste: il delirio di chi crede che fare video lo renderà famoso

Una malattia digitale degenerativa che infetta il cervello, il tempo libero e perfino la dignità. Ecco l’unica vera epidemia del Web: milioni di casi e nessuna cura conosciuta.

L’umanità ha visto tante pandemie. La peste nera, l’influenza spagnola, il Covid. Ma nessuna è stata così umiliante, così tossica, così socialmente devastante come la Youtuberite. Non la trovi nei manuali di medicina. Non esiste nei laboratori. Ma si manifesta chiaramente: webcam accese, lucine RGB, sigle rubate da pacchetti royalty-free e contenuti prodotti come se YouTube fosse un pianeta parallelo dove tutto è permesso, anche perdere la faccia.

La Youtuberite è una malattia dell’anima e del cervello, che colpisce soprattutto chi non è riuscito a sfondare nella vita vera. È l’infezione mentale di chi si convince che, caricando video ogni giorno, diventerà famoso, ricco, stimato. In realtà, diventerà solo un coglione noto a sé stesso, in una piattaforma che ormai è il cassonetto dell’autocompiacimento.

Chiariamolo subito, perché è giusto che la storia venga raccontata come si deve: il termine “Youtuberite” l’ho coniato io, Donovan Rossetto, dopo aver osservato con i miei occhi questa deriva mentale assurda che stava infettando il web. Nessuno prima aveva osato dare un nome a questo schifo digitale, nessuno aveva avuto il coraggio di riconoscere la patologia. Io sì. L’ho vista nascere nei meandri più tossici di YouTube, e quando ho realizzato cosa stava accadendo, sono rimasto inorridito.

Era tutto lì davanti: le ossessioni, la dipendenza da like, l’autocelebrazione compulsiva, l’incapacità di distinguere la realtà dal proprio cazzo di canale. Ho unito i puntini e ho capito che non era solo un fenomeno… era una malattia. E come tutte le malattie, serviva un nome. Così è nata la parola Youtuberite: non una battuta, ma una diagnosi precisa di una generazione di rincoglioniti digitali. E da lì, non c’è stato più ritorno.

La malattia si sviluppa in fasi. La prima è quasi tenera: carichi un video. Poi ne carichi due. Ti accorgi che qualcuno ha messo un like, due commenti, una visualizzazione in più. Dentro di te esplode il verme dell’illusione. Ti senti “creatore di contenuti”. Da lì in poi sei fottuto.

Appena raggiungi i primi 100 iscritti ti senti un messia. A 1000, ti senti il nuovo PewDiePie. Peccato che sei ancora solo, sudato, in una stanza che puzza di umido, parlando a una webcam sfondata e sparando le solite quattro frasi riciclate da altri. Inizi a copiare tutto: unboxing, reaction, drama, gameplay anche se non sai manco tenere un joystick in mano.

Poi arriva la fase 2, ed è la più schifosa. Cominci a parlare di te. Di quanto ti stiano ignorando. Della tua nuova macchina (che è un’utilitaria scassata), della multa che ti ha dato il vigile, delle tue “esperienze di vita”. Ti senti un fottuto protagonista di un film indie, ma sei solo uno che vive nei commenti. Se qualcuno ti mette un dislike, reagisci come se ti avessero sparato alla rotula. Ogni critica diventa una cospirazione, ogni haters è “un frustrato” e ogni follower è “un fratello”.

In questa fase il soggetto sviluppa la capacità orrenda di accalappiarsi altri malati come lui, gente in fase iniziale che spera di fare “collab” per crescere. Si leccano il culo a vicenda, si elogiano nei commenti, si taggano nei video, si infilano nelle live in quattro spettatori e si chiamano “comunità”. Ma se uno dei due non ricambia la marchetta, scatta l’attacco. Video su video, titoli urlati, “rivelazioni scioccanti” su gente che nessuno conosce, in guerra aperta per strappare due visualizzazioni e un pugno di briciole digitali.

Poi c’è il livello superiore della fase 2, detto anche “fase tossico cronico”. Il soggetto pubblica video da anni, ha 350 iscritti, 50 visual fisse e continua imperterrito. Live da 3 ore con due spettatori, zero commenti, un tizio in chat che lo chiama “zio” e uno che gli manda cuoricini sperando in un saluto. E lui ci crede. Si siede ogni giorno davanti alla cam e si racconta come se fosse il Dario Fo dei poveri, dimenticando che nella via dove vive ci sono più persone che nel suo canale.

A questo punto la Youtuberite è conclamata: chi ne è affetto smette di pulirsi, di lavorare, di esistere fuori dalla piattaforma. Il computer diventa una seconda pelle. La casa cade a pezzi ma lui fa l’ennesimo video “chiarimento”, convinto che a qualcuno importi. La cosa assurda? Prova pure a trascinare la famiglia nel delirio. Coinvolge i figli nei video, trasforma la moglie in co-conduttrice sottomessa, come se potesse moltiplicare l’engagement spacciando il disagio per “family content”.

Poi arriva la fase 3, la più grave. Il soggetto perde ogni contatto con la realtà. Ogni evento della vita reale viene trasformato in contenuto. Esce? Video. Mangia? Video. Si taglia un’unghia? Shorts. Comincia a vedere se stesso come un personaggio, e gli altri come NPC da sfruttare per fare views. Gli altri youtuber diventano nemici o alleati, e tutto il mondo si riduce a chat Telegram, dirette Discord, e guerre da poveracci tra live e commenti.

In questa fase l’auto-percezione è completamente andata. Si crede famoso, importante, seguito. Si autocelebra per 150 visualizzazioni e un commento di un account fake. Pubblica ogni giorno, convinto che il mondo non aspetti altro che la sua opinione su un evento di cronaca, su un drama su TikTok o sul fatto che “oggi ho trovato parcheggio al Lidl”. Ma non è divertente. È tragico.

Il soggetto in fase 3 non lavora. Il lavoro è visto come un ostacolo. Perché “non ho tempo, devo editare il nuovo vlog”. Non ha amici. I suoi amici sono nick su YouTube. Non ha più rispetto per la privacy, la famiglia o la salute mentale. È tutto contenuto. Tutto monetizzabile. Tutto “in upload”.

La verità è che la Youtuberite è una malattia che annienta le vite. Non ti uccide fisicamente, ma ti svuota dentro. Ti ruba anni, ti dà l’illusione di contare qualcosa mentre intorno a te il mondo va avanti, tu invecchi, e tutto quello che hai prodotto è una montagna di video dimenticati da tutti.

Serve una cura? No. Serve un’ammissione. Un’ammissione collettiva che questo non è più “fare contenuti”. È masturbarsi l’ego davanti a una fotocamera spenta.

E tu, ignorante, ne conosci qualcuno che ha la Youtuberite conclamata? O magari ti stai accorgendo che la diagnosi tocca anche a te?

Un commento

  1. ci vorrebbe un “medico” di youtube che li curi ahah! secondo me hanno bisogno di qualcuno che gli sbatta in faccia la realtà, pubblicamente, con una serie di video ben fatti. questi purtroppo non avvellenano soltanto loro stessi ma pure chi gli sta intorno quindi hanno bisogno di aiuto ma anche in modo brutale diciamo così. Come un grande youtuber intelligente che li analizzi caso per caso.

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