Facebook è diventato lo zoo dei boomer: fake, AI e degrado digitale

Tra fake AI, gruppi assurdi e commenti maiali: un viaggio nel social più marcio del pianeta

Mi sono iscritto su Facebook da cinque giorni. Cinque. E già mi sento come se avessi visto l’inferno con la fibra ottica. Perché se c’è un posto dove il tempo si è fermato e l’intelligenza collettiva è andata a farsi benedire, è proprio lì. Facebook oggi non è un social: è un cimitero digitale popolato da boomer in calore e gente che crede ancora che “clicca qui” sia un consiglio utile.

Appena entri, il feed è un museo dell’assurdo. Da una parte trovi le ragazze fake generate dall’intelligenza artificiale, con occhi perfetti, tette irreali e bio scritte in un italiano degno di Google Traduttore: “Cerco marito serio per relazione lunga. No giochi.”
E chi c’è sotto i commenti?
Una mandria di boomer arrapati, con foto profilo di loro in canotta o in gita a San Giovanni Rotondo, che scrivono roba tipo:

“Che bella signorina, io sarei un uomo serio, vediamoci al bar di mio cugino.”
“Ti mando la mia foto, tesoro, rispondimi in privato, io fedele sempre.”

E tu rimani lì, a fissare lo schermo, chiedendoti se davvero nel 2025 esistono ancora persone che pensano che una ragazza con la pelle liscia come la plastica e il nome “Anastasiya_1988_real_love” possa essere reale.

E non finisce lì. Perché poi ti ritrovi in gruppi dedicati alle transessuali, dove gli stessi boomer che la domenica postano foto con i nipoti al catechismo passano il resto della settimana a scrivere commenti da film vietato ai minori sotto foto palesemente generate dall’AI.
Immagini perfette, volti clonati mille volte con sfondi diversi, e loro lì, convinti che dietro quella faccia sintetica ci sia una persona vera pronta a rispondere:

“Quanto sei bella, amore mio, mi fai impazzire.”
“Ti sposerei subito, sei una regina.”

No, zio, è una cazzo di macchina che ti ha appena sedotto con pixel e prompt.
E tu, invece di accorgertene, stai lì a corteggiare un file .jpg.

Ma il peggio arriva quando entri nei gruppi “seri”.
I gruppi di opinioni, cinema, politica, cultura, dove i boomer si trasformano improvvisamente in critici professionisti, registi mancati, filosofi da sagra e virologi on-demand.
Prova a nominare un film come Oppenheimer o Dune 2 e preparati all’apocalisse nei commenti.

“Eh ma io preferisco quando c’era Totò, questi film moderni non insegnano più niente.”
“Tutto effettoni speciali, senza sentimento. Kubrick era un altro livello.”

Certo non hai mai visto un film di Kubrick, ma ti senti autorizzato a scrivere saggi di cinema sotto un post sponsorizzato di una pagina che si chiama CineAmatori4Ever.

E poi ci sono i messaggi privati alle ragazze che vendono scarpe, borse o vestiti.
Gente che entra nei marketplace, vede una ragazza carina che vende sneakers e…

“Scusa, ma vendi anche i calzini sporchi?”
Cioè, ma siamo impazziti?
Siamo davvero arrivati al punto in cui un boomer con la foto del gatto su Facebook pensa che il social sia un catalogo di feticismi vintage?

In cinque giorni ho visto più degrado digitale che in dieci anni di Internet.
E la cosa inquietante è che Facebook è ancora il social più usato in Italia, soprattutto da quella fascia di età che non ha mai imparato a distinguere una foto vera da un render 3D.
C’è una generazione intera che si muove lì dentro come se fosse in un sogno a bassa risoluzione, commentando tutto, reagendo a tutto, vivendo in un eterno “mi piace” compulsivo.

E poi si lamentano dei giovani.

“I ragazzi di oggi non sanno più parlare.”
Zio, tu hai appena scritto “bona m pjak a bozza” sotto una foto AI di una modella di plastica. Forse il problema non è la Gen Z.

Facebook non è più un social: è un esperimento sociologico fuori controllo.
Un ecosistema dove i bot fanno finta di essere persone e le persone fanno finta di essere bot.
Ogni giorno nascono nuovi gruppi deliranti:

  • “Uomini soli in cerca di vere donne italiane” (90% profili fake russi).
  • “Vedove che amano ancora” (60% truffatori che fingono di essere americani in missione).
  • “Passione cinema anni ‘80” (metà dei commenti: “Eh ma i film di una volta avevano trama”).

È come se il web si fosse spaccato: da una parte c’è TikTok con l’IA che genera trend, dall’altra Facebook con l’IA che genera truffe. E in mezzo, milioni di utenti che credono ancora che Zuckerberg legga i loro post se scrivono “Non autorizzo Facebook a usare le mie foto”.

In cinque giorni, ho capito che Facebook non è un social invecchiato male.
È un social che non è mai cresciuto.
È rimasto lì, bloccato nel tempo, con le stesse dinamiche, gli stessi errori, e la stessa gente che non si è mai adattata a internet ma l’ha solo invasa.
E ora, ogni scrollata di feed è una caduta libera nella psiche collettiva del disagio.

Anatomia di un boomer digitale

Allora, perché succede tutto questo? Perché milioni di persone, spesso adulte, magari con famiglia, lavoro e figli, si comportano su Facebook come se fossero entrati in un bordello del 2009 connesso via modem?
La risposta è semplice, ma fa male: perché il web li ha fregati e loro non se ne sono mai accorti.

I boomer — e lo dico con rispetto, ma anche con la disperazione di chi li vede agire — non sono nativi digitali.
Sono entrati su Internet tardi, con la convinzione che “è tutto vero, se lo leggi online”.
Sono cresciuti in un mondo dove la televisione era verità, il giornale era certezza, e la parola scritta era sacra. Poi è arrivato Facebook, che gli ha detto: “Scrivi anche tu, commenta, pubblica, reagisci”.
E loro l’hanno fatto. Ma senza mai capire le regole del gioco.

Il risultato?
Un’intera generazione che si comporta su Facebook come se fosse ancora al bar o alla sagra di paese. Solo che al bar al massimo ti sentono in dieci, su Facebook ti vedono in diecimila.
E così nascono i commenti fuori luogo, le avances imbarazzanti, le “opinioni” da esperti di cinema dopo aver visto un trailer di due minuti.
Non è cattiveria. È ignoranza digitale allo stato puro.

Poi c’è l’altra metà: quella marcia.
Quelli che non vogliono capire, che usano Facebook come un luogo di sfogo e potere.
Uomini che non hanno mai imparato il rispetto, che vedono una foto di donna e partono come se avessero 14 anni e un Nokia 3310.
Scrivono schifezze, si convincono che sia ironia, ma in realtà è solo una solitudine travestita da volgarità.
Non sanno più comunicare, allora ci provano con l’unico linguaggio che hanno: quello dell’imbarazzo.

E poi c’è l’elemento più inquietante di tutti: l’intelligenza artificiale.
I boomer non la capiscono, non la riconoscono e non la distinguono.
Per loro, un’immagine ben fatta è automaticamente vera.
Possono vedere una donna con tre mani, sfondo sfuocato, e scrivere comunque “che occhi meravigliosi”.
L’AI genera centinaia di volti perfetti, e loro li trattano come persone reali.
È come guardare qualcuno flertare con un ologramma, convinto che domani si sposeranno in chiesa.

E qui arriva il punto: le truffe non servono più essere geniali, basta essere credibili ai loro occhi.
Un profilo fake con un nome femminile e una foto AI genera fiducia, like, messaggi privati, e a volte soldi.
Ci sono interi network che campano su questo: finti account, gruppi civetta, e “donne” che chiedono “un piccolo aiuto per il viaggio”.
E loro pagano.
Perché credono.
Perché Facebook, per loro, è ancora il mondo reale.

Ma questa non è solo una storia di ingenuità.
È un ritratto culturale.
Facebook oggi è la fotografia di un’Italia che non ha mai fatto davvero i conti con Internet.
Dove la gente ha imparato a usarlo, ma non a capirlo.
Dove l’educazione digitale è zero, e il filtro del pensiero critico è andato in pensione insieme al Nokia.

E in mezzo a tutto questo, l’algoritmo ci mette il carico da undici.
Perché il sistema premia i contenuti che generano interazione, non quelli intelligenti.
E i boomer commentano come pazzi.
Più commentano, più Facebook gli mostra altre stronzate simili.
Un circolo vizioso perfetto: disinformazione che alimenta disinformazione.
Tu scrivi “che bella donna, voglio sposarti”, Facebook pensa: “Ah, vuoi più donne”, e ti serve altre venti fake AI col seno in vista.
È scienza. O meglio, è manipolazione con un algoritmo al posto del cervello.

E intanto gli stessi utenti finiscono nei gruppi di opinione, dove si sfogano con le stesse modalità da bar digitale.
Un tempo c’erano le piazze. Ora ci sono i commenti sotto ai post.
Solo che prima, quando dicevi una cazzata, qualcuno ti guardava male.
Ora invece ti mettono il like.
E tu pensi di avere ragione.

È per questo che i gruppi Facebook sembrano mondi paralleli.
In uno c’è chi vende scarpe, e riceve domande sui calzini sporchi.
Nell’altro c’è chi parla di cinema e si sente più preparato di Nolan.
Nel terzo c’è chi pubblica selfie AI con didascalie tipo “cerco amore vero” e raccoglie 800 commenti di uomini convinti che quella sia la loro anima gemella.

È una giungla costruita su illusioni digitali e nostalgia analogica.
Facebook è diventato il rifugio di chi non si è mai adattato al nuovo mondo e ha deciso di ricrearne uno finto.
Un mondo dove l’amore si misura a “cuoricini”, le opinioni diventano leggi, e ogni fake è più vero della realtà.

E tu, che guardi da fuori, non sai se ridere o piangere.
Perché è tutto così palesemente assurdo che ti chiedi come sia possibile che nessuno lo fermi.
E invece no: il sistema li coccola, li alimenta, li trasforma in contenuto.
Ogni commento osceno, ogni like su un profilo AI, ogni flame su un film — tutto diventa materiale per l’algoritmo.

Ecco la verità: i boomer non sono solo vittime, sono anche carburante.
Facebook sopravvive grazie a loro.
Grazie alla loro rabbia, alla loro confusione, alla loro fame di attenzione.
È triste, ma reale: ogni volta che un boomer scrive “bella figliola, io serio uomo”, da qualche parte Zuckerberg sorride.

Il silenzio dell’algoritmo

Il problema di Facebook non è solo che è pieno di fake e boomer in calore, è che nessuno fa un cazzo per sistemarlo. È un ecosistema dove il degrado genera profitto, e più la gente si comporta da scimmia digitale, più la piattaforma cresce. Gli algoritmi non vogliono utenti intelligenti, vogliono utenti attivi, e chi è più attivo di un boomer annoiato che commenta tutto quello che vede? Ogni “che bella signorina” sotto una foto AI è un micro guadagno, ogni discussione assurda sotto un post politico è un picco di engagement. È il caos che tiene in piedi la baracca.

Facebook non è fallito, è diventato un grande zoo dove gli animali pagano il biglietto da soli. E più guardi dentro, più capisci che non è un problema tecnico, è un problema culturale. Nessuno educa, nessuno corregge, nessuno spiega come si distingue un profilo reale da una truffa. Anzi, ogni volta che qualcuno ci prova, viene sommerso da commenti tipo “eh ma ognuno usa internet come vuole”. Sì, peccato che questa libertà sia la scusa perfetta per giustificare la stupidità. Nel frattempo, l’AI produce facce sempre più credibili, i gruppi si moltiplicano e la linea tra realtà e finzione è andata a puttane. Oggi un boomer non ha bisogno di andare su siti porno o forum loschi, gli basta restare su Facebook.

Lì trova le “donne perfette” generate da una rete neurale, i guru che lo convincono a investire in criptovalute farlocche, e gli “amici” che condividono post su scie chimiche e complotti. Tutto nello stesso posto. E quando qualcuno prova a ridere di loro, i boomer si offendono, perché davvero credono di essere nel giusto. Non capiscono che stanno parlando con il vuoto, flirtando con un algoritmo e alimentando una macchina che vive dei loro errori. E il resto del mondo? Guarda e si fa i cazzi suoi.

Le piattaforme non intervengono perché i numeri vanno bene. Le autorità non si muovono perché “non è reato scrivere boiate”. E così andiamo avanti, con una generazione digitale che vive nel passato e non vuole svegliarsi. Ma la verità è che Facebook non è il problema, è solo lo specchio. Ci mostra esattamente cosa siamo diventati: un paese dove la disinformazione è intrattenimento, la solitudine è un algoritmo e l’imbarazzo è diventato normalità.

E la cosa peggiore è che, in fondo, nessuno vuole davvero cambiare, perché a forza di sporcarsi nella merda digitale ci siamo abituati all’odore.

La verità è che Facebook non è più un social, è un termometro del decadimento.

Ci mostra ogni giorno quanto in basso siamo finiti e quanto poco ci importa. Gli stessi che una volta ridevano dei “giovani persi nei telefoni” oggi sono lì a flirtare con una foto generata da un software e a discutere di film che non hanno mai visto. È la sagra dell’incoerenza. E il problema non è Facebook, non è l’AI, non è Zuckerberg: il problema siamo noi. Siamo un paese che non sa più distinguere tra reale e finto, tra notizia e bufala, tra rispetto e delirio. E finché nessuno glielo sbatte in faccia, continueremo a fare figure di merda digitali a ciclo continuo.

Forse non si può cambiare la mentalità di chi crede che una modella AI voglia davvero sposarlo, ma almeno possiamo raccontarlo, riderci sopra e ricordarci che l’ignoranza in rete non è più un difetto: è un’industria.

E allora la domanda, sicarios, è solo una: quanto ci vorrà prima che anche voi smettiate di scrollare e vi accorgiate che state vivendo in una piattaforma che vi prende per il culo ogni singolo giorno?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *