Aprile 25, 2024

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Ingiustizia a porte chiuse: la storia di Edwin Bailo contro il sistema di aiuti di Asti

Nel cuore di Asti, nel mese di aprile 2019, Edwin Bailo si è trovato ad affrontare serie difficoltà legate alla salute e alla situazione economica.

Guidato dai consigli dei servizi sociali del comune, Edwin si è rivolto alla Caritas, un’organizzazione che da anni si impegna nel sostegno alle persone in difficoltà. Qui, ha incontrato il direttore Amico, che, dopo aver attentamente esaminato la documentazione fornita da Edwin per verificare la sua effettiva necessità di aiuto, ha deciso di intervenire a suo favore.

La Caritas si è impegnata a fornire supporto concreto a Edwin e alla sua compagna, promettendo di coprire le spese per le cauzioni e per il primo mese di affitto di un alloggio, a condizione che la coppia trovasse autonomamente una soluzione abitativa.

Questa promessa non è rimasta nel dimenticatoio: Edwin e la sua compagna, con il supporto ricevuto, sono riusciti a trovare una casa in breve tempo.

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L’entusiasmo iniziale di Edwin Bailo e della sua compagna per il nuovo inizio si scontrò presto con la realtà delle condizioni dell’appartamento che avevano scelto di chiamare casa. Nonostante fosse evidente che l’alloggio fosse leggermente malandato, la premura di trovare una soluzione abitativa li spinse a procedere con la decisione di trasferirvisi. Tuttavia, la presenza di altri inquilini e dei loro effetti personali al momento della visita iniziale impedì alla coppia di notare i numerosi problemi strutturali e funzionali che avrebbero presto reso la loro vita quotidiana una sfida.

Con il passare del tempo e dopo la partenza delle altre due persone, Edwin e la sua compagna iniziarono a scoprire l’entità dei problemi che l’appartamento nascondeva: una caldaia che andava continuamente in blocco, un forno e una lavatrice non funzionanti, infiltrazioni d’acqua dalle finestre ogni volta che pioveva, intonaco che si staccava dal soffitto, una fastidiosa infestazione di scarafaggi che emergeva dalle tubature del lavello e tre termosifoni che perdevano acqua, minando non solo il comfort ma anche la sicurezza dell’abitazione.

Per complicare ulteriormente la situazione, a meno di una settimana dal loro trasloco, l’Enel depotenziò la fornitura elettrica dell’appartamento, aggravando le già precarie condizioni di vita della coppia.

Di fronte a questi numerosi ostacoli, il personale della Caritas che aveva seguito il caso di Edwin fino al 2019 prese atto di ogni problematica riscontrata, documentando dettagliatamente le condizioni inaccettabili dell’alloggio. Fu così che si arrivò alla conclusione che il rinnovo del contratto di locazione per tale abitazione non fosse assolutamente un’opzione percorribile, evidenziando la necessità di trovare una soluzione alternativa per garantire a Edwin e alla sua compagna una vita dignitosa e sicura.


Di fronte agli innumerevoli problemi che affliggevano l’appartamento, Edwin Bailo prese l’iniziativa di contattare il proprietario o il gestore dell’immobile, sperando in una risposta comprensiva e in un’azione risolutiva per migliorare le condizioni di vita nella nuova abitazione. Tuttavia, la conversazione non andò come sperato. Il gestore dell’appartamento rispose in modo scortese, rimproverando Edwin e la sua compagna per aver sollevato questioni che, a suo avviso, erano ingiustificate, sostenendo che le loro lamentele erano esagerate e che lui era solito gestire le questioni in modo rigoroso e fiscali.

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La questione del depotenziamento della fornitura elettrica da parte dell’Enel aggravò ulteriormente la situazione. Questo inconveniente non fu causato da Edwin o dalla sua compagna, ma fu il risultato diretto dell’inadempienza dei precedenti inquilini, che avevano lasciato insoluti i pagamenti delle bollette, costringendo così l’Enel a ridurre la fornitura elettrica all’appartamento. Nonostante ciò, il responsabile dell’appartamento attribuì la colpa a Edwin e alla sua compagna, accusandoli ingiustamente di essere responsabili per il mancato pagamento delle bollette, nonostante fossero diventati inquilini dell’appartamento solo da una settimana.

La risposta inaspettata e ingiusta del gestore dell’appartamento mise Edwin e la sua compagna in una posizione ancora più difficile, costringendoli a fronteggiare non solo i problemi fisici dell’abitazione ma anche l’indifferenza e le ingiuste accuse da parte di chi avrebbe dovuto offrire supporto e comprensione. Questa situazione evidenziò la vulnerabilità degli inquilini di fronte a proprietari e gestori poco collaborativi, sottolineando l’importanza di un maggiore sostegno e protezione per chi si trova in situazioni abitative precarie.
La situazione di Edwin Bailo e della sua compagna si complicò ulteriormente quando decisero di indagare sulla legittimità del responsabile dell’appartamento, il quale aveva dichiarato di agire per conto di un’agenzia immobiliare. Le scoperte di Edwin furono sorprendenti e preoccupanti: non solo il suddetto responsabile non lavorava effettivamente per l’agenzia che aveva citato, ma l’agenzia stessa risultava essere inattiva. Questa rivelazione sollevò dubbi significativi sulla legalità e sull’etica delle pratiche adottate dal gestore dell’appartamento.

Il quadro divenne ancora più chiaro nell’ottobre del 2019, quando l’intestatario dell’agenzia immobiliare venne posto agli arresti domiciliari per bancarotta fraudolenta.

Questo evento gettò una luce sinistra sulle attività e sulle associazioni del responsabile dell’appartamento, suggerendo che Edwin e la sua compagna fossero incappati in una rete di pratiche dubbie e potenzialmente illegali.

La situazione raggiunse il punto di rottura quando alla coppia fu staccato il gas. Questa azione drastica fu giustificata dalla segnalazione all’Enel che l’appartamento risultava disabitato, una mossa che, stando ai fatti, poteva essere intrapresa soltanto dal responsabile dell’appartamento. Tale gesto sembrava essere mosso da un sentimento di antipatia nei confronti di Edwin, un ulteriore ostacolo che la coppia dovette affrontare in un contesto già di per sé difficile.

Edwin, nel suo continuo sforzo di rispettare e ricambiare l’aiuto ricevuto dalla Caritas, e grazie al supporto finanziario fornito dal reddito di cittadinanza, decise di affrontare alcune delle spese sostenute dall’organizzazione per lui. Con questo intento, si recò presso la Caritas per offrire il suo contributo. Tuttavia, durante il suo incontro, venne a conoscenza di un dettaglio che non gli era stato precedentemente comunicato: era stato incluso in un progetto finanziato dalla Regione e dall’Unione Europea, che oltre all’aiuto iniziale per l’appartamento comprendeva anche la fornitura di una TV, un letto e una stufetta.

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Questa rivelazione suscitò in Edwin il dubbio sulla congruenza dell’aiuto ricevuto rispetto a quanto previsto dai progetti finanziati. Così, decise di approfondire e scoprì che i progetti di cui era stato beneficiario prevedevano in realtà un supporto ben più ampio, inclusa la copertura delle spese di un appartamento per un intero anno. Questa scoperta lo portò a rivolgersi nuovamente alla Caritas per chiarire la situazione.

Dopo aver esposto quanto scoperto, la Caritas ammise di aver omesso alcune informazioni riguardanti le procedure previste dai progetti. In risposta, l’organizzazione iniziò a lavorare per rettificare l’errore, offrendo alla compagna di Edwin un impiego a tempo pieno, inclusi i weekend, con un compenso di 580 euro mensili per 8 ore di lavoro al giorno. Tuttavia, data la statura minuta della compagna e le preoccupazioni per il suo benessere, la proposta di lavoro fu rifiutata.

La situazione lavorativa proposta alla compagna di Edwin dalla Caritas, purtroppo, non si concretizzò a causa delle specifiche esigenze e della preoccupazione per il suo benessere. Di fronte a questa impasse, Edwin si offrì di sostituirla, cercando di trovare una soluzione che potesse beneficiare entrambi. Tuttavia, la gelateria che offriva l’opportunità di lavoro, in collaborazione con l’agenzia Koala, specificò che la posizione era aperta esclusivamente per le donne.

Nonostante questa limitazione, l’impegno di Edwin nel cercare una via d’uscita dalla loro situazione precaria non vacillò.

Riconoscendo la determinazione di Edwin, l’agenzia gli propose un’altra opportunità di lavoro. Questa volta, si trattava di un impiego fuori città, con un compenso di 300 euro al mese. L’offerta includeva anche un monolocale, rendendola apparentemente vantaggiosa, ma con l’aggiunta che le utenze dell’abitazione sarebbero state a carico di Edwin.

La proposta di lavoro ricevuta da Edwin, che includeva un alloggio fuori città a un compenso di 300 euro al mese, con l’onere aggiuntivo di dover arredare l’abitazione e sistemare ciò che non funzionava, si rivelò estremamente svantaggiosa. Di fronte a queste condizioni, Edwin e la sua compagna decisero di rifiutare l’offerta. Tuttavia, la Caritas annotò sul loro dossier che il rifiuto era dovuto alla lontananza del lavoro, tralasciando i veri motivi legati ai problemi di salute della coppia e al fatto che l’offerta di lavoro si avvicinava a condizioni di sfruttamento.

File:Comune di Asti.JPG - Wikipedia

Questo episodio fu seguito dalla scoperta che il direttore della Caritas, che era anche gestore delle finanze comunali, si trovava in una posizione di potenziale conflitto di interesse, violando il principio che vieta di trarre vantaggio personale da situazioni di aiuto pubblico, come delineato nel codice di procedura (cp) che affronta il conflitto di interesse. Questa situazione sollevava seri dubbi sull’etica e sulla legalità delle operazioni svolte dalla Caritas sotto la sua gestione.

Inoltre, la realtà degli aiuti promessi da enti regionali e dall’Unione Europea non corrispondeva a quanto effettivamente ricevuto da Edwin e la sua compagna. Le difficoltà finanziarie della coppia furono esacerbate dal fatto che dovevano coprire l’affitto di circa 250 euro al mese con un reddito di cittadinanza di soli 500 euro, una situazione quasi insostenibile. La mancanza di un contratto di affitto ufficiale aggiungeva ulteriori preoccupazioni, poiché senza questo documento, Edwin riteneva ingiusto effettuare pagamenti che potessero contribuire a pratiche di riciclaggio di denaro o al lavoro nero.

La mancanza di un contratto di affitto formalizzato mise Edwin in una posizione ancor più precaria, impedendogli di includere l’affitto come spesa ammissibile nel calcolo del reddito di cittadinanza. Questo aspetto aggravò ulteriormente le sue difficoltà finanziarie, in un contesto già reso complesso dalle numerose sfide incontrate.

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Deciso a cercare giustizia e a fare luce sulla situazione, Edwin intraprese l’azione di scrivere molteplici email agli uffici competenti della Regione Piemonte, esponendo le sue difficoltà e chiedendo interventi concreti. Tuttavia, le sue richieste sembrarono cadere nel vuoto, poiché non ricevette alcuna risposta alle sue comunicazioni. La situazione prese una svolta inaspettata quando scoprì che le sue email erano state inoltrate, senza il suo consenso, a quelle stesse persone che, secondo le sue accuse, sarebbero state coinvolte nelle inadempienze da parte della Caritas.

Nonostante il chiaro segnale di trascuratezza e la mancanza di risposte ufficiali, fu suggerito a Edwin di procedere con una denuncia formale, passo necessario per avviare un’indagine ufficiale sulle sue affermazioni. Seguendo questo consiglio, si recò in questura per presentare la sua denuncia. Qui, gli fu comunicato che, per procedere, era essenziale fornire documentazione che attestasse la sua e della sua compagna inclusione nei progetti di aiuto e specificasse dettagliatamente le prestazioni previste da tali iniziative.

Questa documentazione, cruciale per dimostrare l’iscrizione di Edwin e della sua compagna ai progetti di assistenza e dettagliarne le condizioni, dovrebbe essere fornita dalla Caritas, l’organizzazione al centro delle accuse per le inadempienze riscontrate.

La situazione diventa paradossale poiché la Caritas, essendo stata informata dalla Regione Piemonte della necessità di questa documentazione per avviare l’indagine, si trova in una posizione delicata.

Da un lato, è l’ente che dovrebbe fornire i documenti necessari per sostenere la denuncia di Edwin; dall’altro, è l’organizzazione le cui pratiche sono messe in discussione dalla stessa denuncia.

Questo circolo vizioso evidenzia non solo le difficoltà burocratiche e procedurali incontrate da coloro che cercano giustizia e trasparenza nel sistema di aiuto sociale, ma anche il potenziale conflitto di interessi e la complessa rete di responsabilità che possono ostacolare il processo di indagine e risoluzione delle questioni sollevate.


Dopo un anno di difficoltà e tentativi infruttuosi di ottenere giustizia e supporto, la situazione di Edwin Bailo e della sua compagna prende una nuova direzione quando finalmente soddisfano i requisiti per ricevere assistenza dai servizi sociali di Asti. Questo sviluppo porta la coppia a ottenere un colloquio con il direttore e la vice direttrice dei servizi sociali della città, un incontro che avrebbe potuto rappresentare una svolta nella loro lunga lotta per ottenere aiuto.

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Durante l’incontro, Edwin nota una coincidenza potenzialmente significativa: il cognome della vice direttrice coincide con quello dell’affittuario precedentemente menzionato, responsabile di parte delle loro tribolazioni. Nonostante questa osservazione, la vice direttrice nega qualsiasi legame di parentela, chiudendo la porta a potenziali vie di indagine o discussione su quella connessione.

Quando la conversazione si sposta sui numerosi problemi affrontati da Edwin e la sua compagna, compresa la difficoltà nel ricevere la documentazione necessaria per procedere con la denuncia, il direttore e la vice direttrice ammettono di essere a conoscenza della situazione. Tuttavia, dichiarano di essere impotenti nel fornire l’assistenza richiesta. Edwin coglie l’occasione per chiedere se fosse possibile che i servizi sociali stessi richiedessero la documentazione necessaria per supportare la loro causa. Nonostante la richiesta, la risposta dei servizi sociali è l’assenza di ulteriori comunicazioni, lasciando la coppia senza le informazioni desiderate e senza vie di azione.

La frustrazione di Edwin cresce quando, nonostante le ripetute richieste di appuntamento negate a causa dell’emergenza COVID-19, decide di recarsi di persona presso gli uffici dei servizi sociali.

Contrariamente a quanto gli era stato detto, scopre che l’ufficio è aperto e sta effettivamente ricevendo persone, inclusi molti stranieri, per i propri servizi. Questa scoperta non solo intensifica il senso di ingiustizia provato da Edwin e la sua compagna, ma solleva anche domande sulla coerenza e trasparenza delle politiche e pratiche adottate dai servizi sociali di Asti.

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La determinazione di Edwin nel cercare risposte lo porta a superare gli ostacoli posti dai servizi sociali di Asti, nonostante gli fosse stato ripetutamente detto che non avrebbero potuto riceverlo a causa delle restrizioni legate all’emergenza COVID-19. La sua persistenza gli permette di accedere agli uffici, dove, nonostante la confusione e le lunghe file di persone in attesa, riesce a sollevare nuovamente la questione della documentazione relativa ai due progetti che lo riguardano direttamente. La risposta che riceve è scoraggiante: gli viene comunicato che avrebbero avuto bisogno di almeno cinque mesi per fornirgli i documenti necessari.

Di fronte alla sua insistenza per ottenere risposte concrete, la situazione si intensifica rapidamente fino al punto in cui gli viene minacciato che i carabinieri sarebbero stati chiamati se non avesse lasciato immediatamente gli uffici. In un gesto di sfida, Edwin accoglie la prospettiva dell’intervento dei carabinieri, vedendola come un’opportunità per portare finalmente l’attenzione sulle sue preoccupazioni riguardo ai fondi mancanti e al conflitto di interessi tra il personale della Caritas e la gestione dei fondi comunali.

L’incontro tra Edwin e il responsabile dei servizi sociali culmina con una promessa: quella di fornire a Edwin la documentazione necessaria per procedere con la sua denuncia.

Tuttavia, la realtà si rivela diversa dalle aspettative quando, invece di ricevere i dettagli completi sui progetti, a Edwin viene consegnato un semplice foglio che conferma la sua inclusione nei progetti, senza specificare le condizioni o i benefici previsti. Questo documento si rivela inadeguato per le esigenze legali della denuncia, che richiedeva un dettaglio preciso delle prestazioni previste dai progetti, rendendo impossibile per la regione intraprendere azioni senza una denuncia formalmente supportata.

La compagna di Edwin, cercando di ottenere ulteriori chiarimenti, si scontra con una risposta scoraggiante: gli viene detto che è l’organizzazione a decidere autonomamente chi aiutare e in che modo, soprattutto per quanto riguarda i beneficiari del reddito di cittadinanza. Questa affermazione suggerisce un’arbitrarietà nella distribuzione degli aiuti, che sembra non solo ingiusta ma anche contraria ai principi di equità e trasparenza che dovrebbero guidare l’assegnazione dei fondi pubblici e dei progetti di assistenza.

REDDITO DI CITTADINANZA RDC - WebCaf

La situazione solleva interrogativi significativi su come vengano gestiti i fondi e su possibili preferenze nell’erogazione degli aiuti, soprattutto alla luce delle testimonianze di Edwin riguardo ad altre persone che, pur beneficiando del reddito di cittadinanza come lui, hanno ricevuto tutti gli aiuti promessi dai progetti. Questa discrepanza porta Edwin a chiedersi se la sua esperienza negativa sia il risultato di una selezione arbitraria o, peggio, di una gestione inadeguata o corrotta dei fondi, dove risorse destinate all’assistenza di alcuni individui vengano disperse o mal gestite.

La situazione che Edwin Bailo e la sua compagna si trovano ad affrontare è emblematica di una crisi più ampia che sembra permeare il sistema di assistenza sociale gestito dalla Caritas in collaborazione con le autorità locali di Asti. La rivelazione che la Caritas favorisca stranieri senza permesso di soggiorno, facilitandone l’uscita nascosta alla presenza della DIGOS, solleva preoccupazioni significative sulle pratiche operative dell’organizzazione. Questo, unito al fatto che tutti gli appartamenti offerti tramite aiuti sembrano appartenere allo stesso proprietario, coinvolto nelle vicissitudini di Edwin, e alla possibile connessione familiare con la vice direttrice dei servizi sociali, dipinge un quadro di potenziale nepotismo e conflitto di interessi.

Il coinvolgimento del sindaco, come figura di supervisione e responsabilità ultima delle politiche e delle pratiche locali, diventa cruciale in questo contesto. È indispensabile che si prenda carico della situazione, avviando un’indagine approfondita per chiarire le dinamiche interne, le responsabilità e le possibili irregolarità nella gestione dei fondi e nell’assegnazione degli aiuti. La gravità delle accuse e delle circostanze descritte esige un intervento immediato e trasparente per ristabilire la fiducia nella capacità delle istituzioni locali di operare nel migliore interesse di tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro origine o status legale.

In risposta a questa situazione drammatica e complessa, mi impegnerò personalmente a portare alla luce questa vicenda, contattando altri media affinché la verità emerga e sia accessibile al pubblico. È fondamentale che queste questioni siano esposte e discusse apertamente, per garantire che le pratiche ingiuste siano corrette e che coloro che cercano aiuto possano riceverlo in modo equo e trasparente.

Solo attraverso la responsabilizzazione delle autorità e l’attenzione dei media si può sperare in un cambiamento significativo che affronti le radici di questi problemi, assicurando giustizia per Edwin e per tutti coloro che si trovano in situazioni simili.

In tempi di inganno universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario.

George Orwell
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