Cosa è successo davvero e perché qui non c’è nulla da applaudire
A Tolmezzo, in Carnia, è tornato virale un video che mostra una scena surreale ma tristemente simbolica dei tempi moderni. Da una parte un gruppo di ragazzi etichettati come “maranza”, dall’altra un prete che li affronta in strada brandendo un ombrello e urlando contro di loro. Il filmato ha fatto il giro dei social, rimbalzando tra commenti entusiasti, applausi fuori luogo e solite frasi del tipo “ci vorrebbero più preti così”.
E invece no.
Qui non c’è proprio un cazzo da applaudire.
Prima di prendere posizione, però, serve capire cosa è successo davvero, senza filtri emotivi, senza tifoserie da stadio e senza quella solita merda mentale che trasforma ogni episodio in una battaglia tra buoni e cattivi.
Il fatto nasce all’autostazione di Tolmezzo, dove alcuni ragazzi stazionavano creando disturbo. Il sacerdote, Don Angelo Zanello, interviene verbalmente, li rimprovera, li affronta, arriva perfino a minacciarli di parlare con i genitori. Il tutto mentre qualcuno riprende la scena col telefono. Il video diventa virale, internet esplode, e come sempre succede in questi casi, la gente sceglie una squadra senza capire un cazzo del contesto.
Ma il problema è che qui non esiste una squadra giusta.
Chi sono davvero i maranza e perché non sono solo “ragazzini rumorosi”
Partiamo dai maranza, parola che ormai viene usata come se fosse una razza, quando in realtà è un fenomeno sociale ben preciso.
Il maranza non è semplicemente un ragazzo giovane.
Il maranza è un prodotto.
È il risultato di anni di vuoto educativo, di famiglie assenti, di genitori che hanno confuso la libertà con il menefreghismo. È l’effetto collaterale di una società che ha smesso di insegnare il concetto di limite, di rispetto e di responsabilità.
Il maranza vive di provocazione costante. Deve farsi notare. Deve disturbare. Deve rompere i coglioni agli altri perché l’unico modo che ha per sentirsi vivo è creare disagio. Si muove in branco, perché da solo non esiste. Parla per slogan, per frasi sentite su TikTok, per atteggiamenti copiati da modelli tossici che gli vendono l’idea che fare il bullo sia sinonimo di forza.
E no, non è “solo goliardia”.
Non è “solo adolescenza”.
È degrado sociale puro.
Chi minimizza questo fenomeno mente. I maranza non nascono cattivi, ma diventano fastidiosi, aggressivi e spesso pericolosi perché nessuno li ha mai fermati prima. Non con violenza, ma con regole. Quelle vere, non quelle scritte sui cartelloni scolastici.
Detto questo, sarebbe troppo facile fermarsi qui e dire: “eh allora il prete ha fatto bene”.
Ed è qui che arriva l’altro lato della fogna.
Il prete come simbolo di un’istituzione che predica bene e razzola malissimo
Dall’altra parte c’è lui, il sacerdote. Figura che per molti rappresenta ancora moralità, guida, esempio. Ma qui non stiamo parlando dell’uomo singolo, bensì di ciò che rappresenta.
La Chiesa.
Un’istituzione che da secoli predica pace, educazione, dialogo, amore per il prossimo, e che poi nella pratica ha costruito uno degli imperi più opachi, contraddittori e intoccabili della storia umana.
Quando un prete scende in strada a urlare contro dei ragazzi, non sta facendo educazione. Sta solo mostrando l’ennesima crepa di un sistema che ha perso totalmente autorità morale.
Perché il problema non è l’ombrello.
Il problema è la posizione.
La Chiesa ha avuto per secoli il monopolio dell’educazione, della morale, del senso del giusto e dello sbagliato. E oggi, dopo aver raccontato per generazioni cosa è bene e cosa è male, si trova davanti giovani che non ascoltano più nessuno. E invece di farsi una domanda seria, reagisce come sempre: puntando il dito.
Ma con che faccia?
Un’istituzione che ha coperto scandali, protetto colpevoli, nascosto verità, manipolato coscienze e accumulato potere economico dovrebbe avere l’umiltà di stare un passo indietro, non quella di fare il giustiziere da marciapiede.
Qui non c’è alcuna autorità morale da difendere. Solo una figura che rappresenta un sistema pieno di bugie, omissioni e silenzi convenienti.
Male contro male e la gente che applaude a caso
Il punto più triste di tutta questa storia non è il video.
È la reazione della gente.
C’è chi applaude il prete come fosse un eroe.
C’è chi giustifica i maranza perché “sono giovani”.
C’è chi urla, chi divide, chi semplifica.
Ma la realtà è molto più sporca.
Qui abbiamo da una parte un gruppo che incarna il degrado urbano moderno, dall’altra un simbolo di un’istituzione che da decenni ha perso credibilità. Non c’è uno scontro tra bene e male. C’è uno scontro tra due fallimenti.
Il fallimento educativo della società.
E il fallimento morale della Chiesa.
E in mezzo, come sempre, ci sono i cittadini normali, quelli che vogliono solo vivere tranquilli, prendere un autobus senza casino, non assistere a scene grottesche degne di un reality di quarta categoria.
Il vero problema che nessuno vuole dire
Il vero problema non sono i maranza.
Il vero problema non è il prete.
Il vero problema è che nessuno ha più autorità vera.
Non ce l’ha la famiglia.
Non ce l’ha la scuola.
Non ce l’ha la Chiesa.
Non ce l’ha lo Stato.
Tutti parlano, tutti predicano, nessuno educa davvero.
Così i ragazzi crescono senza punti fermi, e gli adulti reagiscono con nervosismo, teatralità e gesti inutili. Si urla, si filma, si condivide. E il giorno dopo tutto uguale.
Il video di Tolmezzo non è un episodio isolato. È uno specchio. Brutto, sporco, ma onesto.
Uno specchio che mostra una società dove il rispetto non esiste più e l’ipocrisia continua a vestirsi da moralità.
Non c’è nulla da difendere, solo da cambiare
Difendere i maranza è sbagliato.
Difendere la Chiesa è ridicolo.
Qui non c’è nessuno da santificare. C’è solo da schifare entrambi i modelli.
Da una parte l’arroganza ignorante di chi vive disturbando gli altri.
Dall’altra l’arroganza storica di chi ha predicato per secoli senza mai fare davvero autocritica.
Finché continueremo a scegliere da che parte stare invece di ammettere che entrambe fanno schifo, continueremo a girare in tondo.
E intanto i video diventano virali, le polemiche durano due giorni, e poi tutto torna come prima. Fino al prossimo episodio, al prossimo scontro, alla prossima finta indignazione.
Tolmezzo non è il problema.
È solo l’ennesimo posto dove la maschera è caduta.
E sotto, come sempre, c’è solo il vuoto.

