Sulmona, condannato Mauro Marin: ma prima di puntare il dito, qualcuno ha ascoltato anche lui?

L’ex vincitore del Grande Fratello riceve venti giorni di reclusione per presunte violenze fisiche contro l’ex compagna. Ma nel teatrino mediatico di oggi, dove conta solo chi pubblica per primo, resta il dubbio: è giustizia… o solo un’altra sentenza fatta a colpi di titoli?

Sulmona – Quando si tratta di personaggi noti, la giustizia mediatica corre più veloce di quella vera. Stavolta è toccato a Mauro Marin, ex vincitore del Grande Fratello, che si ritrova sui giornali non per una comparsata TV, ma per una condanna a venti giorni di reclusione per presunte violenze fisiche nei confronti dell’ex compagna.

Il caso riguarda episodi avvenuti tra settembre 2022 e gennaio 2023, con un punto critico l’11 gennaio 2023, quando – secondo la ricostruzione dell’accusa – Marin avrebbe spinto la donna contro una colonna, premendole una mano sul volto e causandole un trauma toracico. Il tutto giudicato guaribile in cinque giorni.
Secondo il tribunale, si tratta di percosse, non di lesioni gravi. E già qui si dovrebbe capire che non è una condanna da “mostro”, ma un verdetto limitato a un episodio contestato, da confermare in sede civile.

Ma la domanda è un’altra: perché ogni volta che uno finisce nel tritacarne mediatico, si parla solo di una versione?
Chi cazzo ha sentito Mauro Marin? Chi ha ascoltato la sua campana, la sua difesa, la sua verità?
Perché tra un “avrebbe spinto” e un “secondo la ricostruzione accusatoria”, ci passa un abisso.

Non è un santo, per carità. Il suo passato televisivo e le sue uscite sopra le righe non aiutano. Ma il diritto alla difesa non dovrebbe sparire solo perché il tuo nome fa click.
Soprattutto quando lo stesso processo ha assolto Marin dalle accuse di minacce e molestie, segno che non tutto era come raccontato.

In mezzo a tutto questo casino, spunta pure un altro procedimento, fissato per il 7 ottobre, dove dovrà rispondere di un presunto episodio con il padre della ex, a cui – sempre secondo l’accusa – avrebbe mostrato un coltello. Anche qui, verbo condizionale d’obbligo. Perché finché non c’è sentenza definitiva, ogni storia resta un dubbio, non una verità assoluta.

E allora sì, cazzo, facciamo i giornalisti, non gli avvoltoi.
Perché è troppo facile stampare titoloni con parole come violenza, ex, trauma, condanna e vendere paura e odio.
È troppo comodo distruggere una persona pubblica senza chiedersi se dietro ci siano sfumature, provocazioni, versioni contrastanti, o semplicemente un litigio finito male tra due adulti che si amavano e ora si odiano.

La giustizia fa il suo corso, certo. Ma la verità non si scrive con i click.
E quando si parla di persone, non di personaggi, bisognerebbe ricordarsi che ogni storia ha due campane, due dolori, due colpe e due difese.

Ignoranti, voi che dite? È giusto marchiare a fuoco qualcuno solo leggendo la mezza verità online, o servirebbe tornare ad ascoltare prima di giudicare?

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