Cari “ignoranti” (lo dico con affetto, come sempre), preparatevi: stiamo per tuffarci in un’inchiesta piena di numeri reali e amari che fotografano l’Italia degli ultimi tre anni.
Mentre il governo Meloni-Salvini si esibisce in un leccaggio di culo tremendo verso gli alleati d’oltreoceano (gli USA, che intanto voltano le spalle ai bisogni degli italiani), in patria la situazione precipita. Tra povertà persistente, disoccupazione giovanile, imprese che chiudono, sanità allo sfascio, costo della vita alle stelle, carburanti da record, tasse record e persino una ripresa della criminalità, i dati parlano chiaro.
Andiamo con ordine (e con un pizzico di humor severo) ad esaminare i fatti – percentuali, statistiche ufficiali e fonti alla mano – dal 2022 a oggi.
Povertà: l’Italia resta al palo (anzi, nel fosso)

Iniziamo dal dato più drammatico: la povertà assoluta. Purtroppo, non ci sono buone notizie. Nel 2023 ben 5,7 milioni di italiani vivevano in povertà assoluta, pari al 9,7% della popolazione, praticamente lo stesso tasso record dell’anno precedente. Insomma, nessun miglioramento rispetto al 2022, anzi si rimane ai livelli più alti mai registrati dal 2005 ad oggi. Questo significa che quasi un decimo degli italiani non riesce ad acquistare il minimo indispensabile per vivere.
- Famiglie povere: oltre 2,2 milioni di famiglie (l’8,4% del totale) erano in povertà assoluta nel 2023, in leggero aumento rispetto alle 2,19 milioni del 2022.
- Minori in povertà: il 13,8% dei bambini e ragazzi sotto i 18 anni vive in povertà assoluta (circa 1,3 milioni di minori), dato peggiore di sempre dal 2014. I nostri figli stanno peggio di noi alla loro età – complimenti!
- Geografia della povertà: il Mezzogiorno rimane l’area più colpita (oltre 10% delle famiglie povere al Sud), ma attenzione: la povertà cresce anche al Nord-Ovest (salita al 9,1% nel 2023 dal 8,2% del 2022). Nessuna zona d’Italia è immune.
Cosa significa tutto ciò? Che in due anni di governo “patriota” la povertà non è diminuita affatto. Il rimbalzo del mercato del lavoro post-Covid c’è stato, ma è stato annullato dall’inflazione galoppante (ne parliamo tra poco): anche se più persone hanno un’occupazione, il caro-prezzi ha eroso il potere d’acquisto impedendo alle famiglie di uscire dalla miseria. Insomma, Meloni & Co. possono pure vantarsi di qualunque miracolo, ma la realtà è che i poveri restano poveri (e tanti).
Lavoro e disoccupazione: i numeri (dietro la propaganda)

Passiamo al capitolo lavoro. Qui il governo sbandiera successi: “Disoccupazione ai minimi storici!”, titolano trionfanti. È vero, ma solo in parte. Vediamo i dati ufficiali ISTAT:
- Disoccupazione generale: nel 2023 il tasso di disoccupazione medio è sceso al 7,7% (dal 8,1% del 2022). Sì, avete letto bene: il dato migliore da almeno 15 anni. Ci sono +481 mila occupati in più rispetto all’anno prima (+2,1%), per un totale di 23,58 milioni di lavoratori. Il tasso di occupazione 15-64 anni ha toccato il 61,5%, record assoluto.
- Il rovescio della medaglia: questa discesa della disoccupazione è stata trainata anche da fattori “strutturali” poco entusiasmanti. Molti nuovi occupati sono over 50 (spinti dall’aumento dell’età pensionabile) e giovani che accettano qualsiasi lavoro. La disoccupazione giovanile resta altissima (attorno al 20%), e nel Sud il tasso di disoccupazione generale è ancora al 14%, quasi triplo rispetto al Nord. Insomma, il divario Nord-Sud rimane abissale.
- Qualità del lavoro: inoltre, i salari reali hanno subito un colpo durissimo. Tra fine 2021 e fine 2022, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti si è ridotto di quasi il 9% per colpa dell’inflazione. Una mazzata storica sugli stipendi, che negli anni seguenti solo in parte è stata recuperata. In soldoni: molti hanno trovato lavoro, ma pagato una miseria. Contratti precari o part-time, stipendi che non tengono il passo dei prezzi… altro che boom!
Conclusione? Bene, il numero dei disoccupati è calato, su questo nulla da dire. Ma la vita di chi lavora non è affatto migliorata: i nuovi impieghi spesso sono instabili o malpagati, e gli stipendi di tutti valgono meno di prima. La gente lavora di più ma continua a non arrivare a fine mese – come vedremo parlando di caro-vita.
Caro vita: inflazione da record e stipendi al palo

Parliamo ora del caro vita, il nemico pubblico n.1 degli italiani recenti. Dal 2022 abbiamo visto un’esplosione dei prezzi come non accadeva dagli anni ’80. Qualche dato chiave:
- Inflazione 2022: +8,1% (media annua). Un livello record da circa 40 anni, dovuto principalmente al rincaro di energia e alimentari. A fine 2022 i prezzi correvano a ritmi (+11-12%) che molti di noi non avevano mai sperimentato in vita loro.
- Inflazione 2023: +5,7% (media annua) – un po’ meglio del 2022, ma comunque altissima. In pratica, in due anni i prezzi al consumo hanno cumulato un +14% circa. Tradotto: 100 euro di spesa nel 2021 oggi ne costano 114. Il carrello della spesa (cibo, beni di prima necessità) è salito di oltre il 10% in due anni. Una stangata epocale per i bilanci familiari.
- Salari erosi: come anticipato, gli stipendi non sono affatto saliti di pari passo. Anzi, secondo studi indipendenti, tra il 2021 e il 2022 il salario medio reale di un lavoratore italiano è crollato quasi del 9%. Nel 2023-2024 c’è stato solo un parziale recupero. Ciò significa che il potere d’acquisto di stipendi e pensioni è arretrato di anni. In altre parole, siamo tutti più poveri anche se nominalmente guadagniamo uguale.
Immaginatevi l’effetto di tutto ciò: bollette schizzate, affitti più cari, fare la spesa è diventato un salasso. È il famoso “caro bollette” e “caro vita” di cui parliamo ogni giorno al bar. Il governo Meloni, che fa? Prima promette miracoli (ricordate? Abolire l’IVA sui beni di prima necessità, tagliare le accise… chi li ha visti?), poi partorisce bonus spesa ridicoli e si vanta di un’inflazione che “sta scendendo” solo perché il picco mostruoso è passato. Ma la stangata c’è stata e resta.
Basti dire che nel 2023 i prezzi medi erano ancora circa il 6% più alti dell’anno prima.
E nel 2024 l’inflazione è rallentata, sì, ma i prezzi non è che tornino indietro: semplicemente continuano a crescere più piano. Il danno ormai è fatto. La famiglia media italiana ha perso potere d’acquisto e consuma meno (molti riducono persino la spesa alimentare, pur di pagare bollette e mutui più cari per via dei tassi). Altro che “aiutati dagli americani”: qui l’America se n’è andata con i nostri soldi, visto che i rincari sono arrivati in primis dal prezzo internazionale del gas e del petrolio (come vedremo).
Benzina e bollette: il salasso carburanti

A proposito di petrolio e benzina, ecco un altro tasto dolente. La coalizione Meloni-Salvini in campagna elettorale sbraitava contro le accise (la famosa promessa “taglieremo le accise sul carburante”). Peccato che, appena al potere, abbiano fatto l’opposto: a fine 2022 hanno eliminato lo sconto sulle accise introdotto dal governo Draghi, e così da gennaio 2023 ci siamo ritrovati con benzina e gasolio più cari di colpo. I numeri:
- Prezzi carburante record: la benzina ha toccato il massimo storico a marzo 2022, arrivando a costare in media 2,184 € al litro (e il gasolio 2,154 €/l) nella settimana del 14 marzo. Era l’inizio della crisi Ucraina e Draghi dovette correre ai ripari tagliando le accise da fine marzo 2022.
- Rimozione sconto nel 2023: il governo Meloni ha reintrodotto tutte le accise a inizio 2023, facendo risalire i prezzi. Nei primi giorni di gennaio 2023, con il ripristino della tassa, la benzina self è balzata da ~1,69 € a ~1,81 € al litro (+0,18 € di accise+IVA in pochi giorni). Dopodiché, col prezzo del petrolio in crescita, in estate 2023 si è tornati intorno ai 1,9-2 € al litro per entrambi i carburanti. Un bel regalo di Natale anticipato, vero?
- Spesa annua monstre: nel 2023 gli italiani hanno speso 70,9 miliardi di euro in benzina e gasolio auto – praticamente quanto nel 2022 che fu un anno record. Di questi, ben 38,1 miliardi sono finiti allo Stato in tasse (accise+IVA), una quota fiscale 22,7% più alta dell’anno precedente proprio perché nel 2022 c’era stato lo sconto sui carburanti poi tolto. Insomma, altro che aiutare: il governo ha incassato di più e noi abbiamo pagato di più per fare il pieno.
Tanto per avere un’idea a lungo termine: nel 2000 la benzina costava 1,08 €/l; nel 2023 1,86 €/l, cioè +72% in 23 anni (il gasolio addirittura raddoppiato, da 0,89 € a 1,79 €, +101%). Con buona pace delle auto ecologiche, qui ci dissanguano al distributore.
Morale: mentre il governo sbaciucchia Biden e si vanta di leadership atlantiche, gli italiani per andare a lavorare o portare i figli a scuola spendono un patrimonio in carburante. E ricordiamo, all’inflazione di cui sopra i carburanti hanno dato una bella spinta. Con i soldi volatilizzati in benzina, le famiglie tagliano altri consumi. Una catastrofe sociale figlia delle scelte politiche (perché tagliare le accise era possibile, loro stessi lo chiedevano a gran voce… finché non hanno avuto le poltrone).
Piccole imprese al tappeto: negozi chiusi a raffica

Veniamo ora al tessuto produttivo italiano, in particolare piccole imprese e negozi. Qui c’è una vera emorragia in corso, in parte iniziata con il Covid e proseguita negli anni successivi a causa dei rincari dei costi e della concorrenza spietata (grande distribuzione, ecommerce, ecc.). Il governo Meloni dovrebbe essere il paladino dei piccoli commercianti e artigiani (a parole). In pratica finora ha combinato poco o nulla, e i numeri lo dimostrano:
- Record di chiusure nel commercio: nel 2024 il settore commercio (negozi al dettaglio, bar, ristoranti, ecc.) ha visto aprire appena 23.188 nuove imprese, mentre ben 61.634 attività hanno chiuso i battenti. Avete letto bene: per ogni 1 negozio che apre, ne chiudono quasi 3. È il peggior saldo degli ultimi 10 anni. La cosiddetta “desertificazione commerciale” avanza: strade piene di serrande abbassate e cartelli “vendesi”.
- Ogni giorno muoiono negozi: nel 2024 hanno abbassato la saracinesca in media 169 attività commerciali al giorno, contro 139 al giorno nel 2020 (pieno Covid). Pensateci: più negozi chiusi nel 2024 che nell’anno del lockdown! È il quarto anno consecutivo che le chiusure aumentano.
- Imprese fallite: allargando lo sguardo a tutte le imprese, nel 2022 (post-pandemia) in Italia sono cessate 326.372 aziende (tra fallimenti e chiusure volontarie), più delle 309 mila del 2021. L’onda lunga della crisi energetica 2022 ha mietuto vittime soprattutto tra le piccole realtà con meno risorse per reggere bollette alle stelle e calo dei margini.
C’è anche un piccolo spiraglio: nel 2023 sembra essersi rivista qualche nuova apertura in più in settori come servizi alle imprese, installazioni e turismo, tanto che complessivamente il numero totale di imprese registrate in Italia è leggermente cresciuto (+100 mila circa dal 2023 a metà 2025). Ma attenzione: spesso si tratta di partite IVA individuali o micro-imprese di servizi, mentre il negozio sotto casa continua a sparire. Confesercenti lancia l’allarme: “di questo passo, entro il 2034 le nuove aperture annue di negozi potrebbero azzerarsi”, decretando la fine del commercio di vicinato.
Nel frattempo il governo di patrioti cosa fa per salvare botteghe e PMI? (Rumore di grilli in lontananza…)
Anzi, talvolta le politiche governative hanno peggiorato la situazione: pensiamo ai ritardi del PNRR per i fondi alle imprese, o allo stop brusco al Superbonus 110% (che ha lasciato molti piccoli edili nei guai). Risultato: piccoli imprenditori allo stremo, alcuni schiacciati dai debiti, altri costretti a licenziare o chiudere. Un altro tradimento “made in Italy” mentre si corteggiano investitori esteri e si comprano armi americane.
Sanità pubblica in affanno: tagli e meno servizi

Un capitolo tristemente emblematico di come si volta le spalle agli italiani è quello della sanità pubblica. Negli ultimi anni, e in particolare nell’ultimo decennio, c’è stato un costante definanziamento e riduzione delle strutture e del personale sanitario. Anche qui, i numeri fanno rabbrividire:
- Ospedali e posti letto tagliati: dal 2013 al 2023 in Italia sono stati chiusi 74 ospedali (7% in meno). I posti letto totali (pubblici+privati) sono passati da 226.387 a 215.827: oltre 10.000 posti letto in meno in dieci anni. Meno ospedali significa più distanza per i pazienti e reparti sovraffollati. Non a caso i nostri pronto soccorso esplodono e spesso i malati in barella stanno nei corridoi per ore.
- Meno medici di base: negli stessi 10 anni abbiamo 7.220 medici di famiglia in meno sul territorio. Siamo passati da 45.203 medici di base nel 2013 a solo 37.983 nel 2023. Un autentico esodo (pensionamenti non rimpiazzati) che lascia milioni di cittadini senza medico di fiducia. Anche i pediatri di libera scelta sono calati di quasi 1.000 unità. Se avete difficoltà a trovare un medico di base nel vostro quartiere, ora sapete perché.
- Servizi territoriali ridotti: strutture come i consultori familiari (per la salute della donna e supporto familiare) sono diminuiti del 10% in dieci anni (da 2.430 a 2.140). Anche i centri di salute mentale sono scesi da 1.603 a 1.334 (-17%). Insomma, meno strutture, meno servizi per i più fragili.
Questi tagli non li ha decisi solo Meloni (è un processo lungo una decade, sotto vari governi). Però l’attuale esecutivo non sta invertendo la rotta, anzi. Nella recente Legge di Bilancio gli aumenti al Fondo Sanitario Nazionale sono irrisori, mangiati dall’inflazione sanitaria (costo di farmaci, stipendi, energia). Traduzione: in termini reali si continua a definanziare la sanità pubblica. E infatti l’OCSE segnala che l’Italia spende solo ~6,8% del PIL in sanità, tra le percentuali più basse dell’Europa occidentale.
Effetti sulla gente: liste d’attesa infinite (molti rinunciano alle cure perché non possono permettersi il privato né aspettare anni – nel 2023 le rinunce per liste d’attesa sono aumentate +7% rispetto al 2022t), pronto soccorso al collasso, medici e infermieri allo stremo. Benvenuti nell’era in cui si regalano milioni in droni e cacciabombardieri all’Ucraina, ma se avete bisogno di una visita specialistica urgente, preparatevi a vendere un rene (sempre che troviate un chirurgo disponibile).
Ironia a parte, la salute degli italiani è un campo dove voltare le spalle al popolo è imperdonabile. Eppure sta accadendo, lentamente ma inesorabilmente, con la silente complicità di chi ci governa.
Tasse: pressione fiscale alle stelle (altro che “meno tasse per tutti”)

Dulcis in fundo, parliamo di tasse. Ricordate gli slogan “flat tax”, “meno tasse, più crescita”? Ecco la realtà: in questi anni la pressione fiscale è aumentata, toccando livelli storicamente molto elevati. Alcuni dati ufficiali:
- Pressione fiscale 2023: 41,2% del PIL, già in crescita sul 2022.
- Pressione fiscale 2024: 42,5% del PIL, un ulteriore balzo di +1,3 punti rispetto al 2023. È un livello simile ai record del 2020-2021 (quando però c’era il crollo del PIL causa Covid) e ben sopra la media UE (~39-40%). Secondo le stime del governo stesso, nel 2025 si salirebbe al 42,8%.
In parole povere, i contribuenti italiani versano allo Stato quasi 43 euro ogni 100 euro di PIL prodotto – tra tasse dirette, indirette e contributi. Una proporzione enorme, mai davvero ridottasi nonostante i proclami. Meloni e Salvini, al governo insieme, hanno in realtà spremuto di più il cittadino medio: complice l’inflazione (che aumenta il gettito IVA e IRPEF in valore nominale) e la lotta all’evasione? Forse. Resta il fatto che non si vede traccia di quel taglio fiscale promesso.
Certo, hanno tagliato il cuneo fiscale di qualche punto temporaneamente (pochi spiccioli in più in busta paga, tra l’altro forse a rischio di coperture in futuro). Ma altrove hanno aumentato entrate: ad esempio fine degli sconti carburanti (più accise incamerate, come visto), incassi record dall’IVA sui prezzi aumentati, e nessun sollievo sull’IRPEF per i redditi bassi nel 2023. In più, c’è chi maligna che l’aumento dell’occupazione (spesso a salari bassi) porta più contributi INPS e IRPEF e quindi su carta alza la “pressione fiscale” aggregata. Sarà, ma intanto le tasse complessive pagate sono ai massimi. Altro che “italiani prima”, verrebbe da dire: qua gli unici a stare prima sono il fisco e il Ministro dell’Economia che fa cassa.
Per curiosità, uno studio ha calcolato che il 20% dei contribuenti con redditi più alti paga oltre il 63% di tutte le imposte sul reddito in Italia – segno di un sistema fortemente progressivo (e di un’evasione alta altrove). Ma anche lavoratori e pensionati “normali” si vedono portare via una grossa fetta del proprio (già magro) reddito, senza ottenere servizi all’altezza in cambio. Non c’è da stupirsi se molti giovani pensano di emigrare o se cresce il malcontento fiscale.
Criminalità: torna a crescere dopo il Covid

Chiudiamo il quadro parlando di sicurezza. Il governo attuale si vanta spesso di essere duro con i criminali, di fare decreti per la sicurezza urbana, ecc. Ma la realtà fattuale? I reati denunciati sono di nuovo in aumento. Dopo il calo registrato durante la pandemia (lockdown e coprifuoco avevano fatto crollare i delitti), con la normalizzazione è tornata anche la delinquenza. Vediamo i dati:
- Reati totali: nel 2023 in Italia sono stati denunciati circa 2,34 milioni di delitti, in aumento del +3,8% rispetto al 2022. Non solo: il totale ha superato anche i livelli pre-Covid del 2019 (+1,7%), segnando la prima vera risalita della criminalità dall’inizio del decennio scorso. In breve, si commettono (o denunciano) più reati oggi di tre anni fa.
- Tipologia di crimini: a trainare questa crescita sono soprattutto i reati predatori (furti, rapine) nelle grandi città. Esempio: a Roma le denunce di furto nel 2023 sono aumentate del +17% in un anno, e le rapine in strada +24% rispetto al 2022. Firenze ha visto un boom di rapine (+56% in un anno) divenendo la provincia con più rapine pro capite. Anche le truffe online e informatiche sono molto diffuse (specie truffe bancarie e informatiche, cresciute negli ultimi anni secondo Istat). Gli omicidi: 334 vittime nel 2023, in crescita (+3,7% sul 2022) – in aumento i femminicidi da partner o ex, stando ai dati del Viminale.
- Geografia del crimine: le classifiche vedono in testa le grandi aree metropolitane (Milano, Roma, Firenze, Rimini, Torino… tutte con oltre 6.000 reati l’anno ogni 100mila abitanti). Le zone turistiche soffrono per furti ai danni di visitatori; le periferie urbane per degrado e spaccio. Al Sud ci sono province più “tranquille” per i reati comuni, ma sappiamo che lì prosperano le mafie (fenomeno a parte, sommerso).
Il ministro dell’Interno può ribattere che, rispetto a 10-15 anni fa, i crimini in generale sono ancora su livelli più bassi. Vero: il trend di lungo periodo dal 2010 al 2019 era calante. Ma dal 2022 al 2023 c’è stata una netta inversione: finito l’effetto pandemia, la curva dei reati è risalita. Nel primo semestre 2024 c’è un lieve calo provvisorio (-1,1%), ma resta da vedere a fine anno. Insomma, la tanto sbandierata “sicurezza” è più percepita che reale. Anzi, i cittadini percepiscono più insicurezza perché leggono di aggressioni, baby gang, stupri (vedi caso Caivano ecc.) quasi quotidianamente. E la risposta dello Stato? Per ora più parole (e decreti legge spot) che risultati tangibili.
Chi lecca e chi resta fregato

Tiriamo le somme di questa lunga carrellata di cifre (grazie per aver resistito fin qui, ignoranti miei!): l’Italia dal 2022 a oggi non è affatto ripartita, anzi. La situazione sociale ed economica è, dati alla mano, peggiorata in molti aspetti chiave:
- La povertà resta alta come non mai, segno che i più deboli non hanno visto alcun beneficio, anzi soffrono l’inflazione.
- La disoccupazione generale è scesa, ma la qualità del lavoro è precaria e malpagata, con salari taglieggiati dal caro vita. I giovani e il Sud restano al palo.
- Il costo della vita è esploso (due anni di inflazione terribili) e ha impoverito il ceto medio.
- I carburanti e le bollette hanno spolpato le famiglie, e il governo ci ha messo del suo togliendo gli sconti.
- Le piccole imprese e i negozi muoiono in silenzio a migliaia, senza che a Roma si muova un dito efficace.
- La sanità pubblica viene lentamente smantellata, costringendo chi può a pagare il privato e chi non può… a rassegnarsi o indebitarsi per curarsi.
- La pressione fiscale è aumentata, altro che “meno tasse”: lo Stato prende di più, ma i servizi che restituisce (vedi sanità, trasporti, istruzione) non migliorano affatto.
- La criminalità torna a crescere, sintomo anche di un disagio sociale diffuso oltre che della ripresa dei soliti furbetti.
E in tutto questo, il governo Meloni-Salvini che fa? Si preoccupa di mostrarsi fedele alleato della NATO e degli USA, manda armi all’estero, fa passerelle internazionali, litiga su migranti e diritti civili per tenere la base occupata… ma di politiche incisive per alleviare i problemi quotidiani degli italiani neanche l’ombra. Anzi, alcune decisioni (come sulle accise carburanti, o lo stop al Reddito di Cittadinanza senza alternative adeguate per i poveri) hanno direttamente peggiorato la vita di molte persone.
Viene da dire: “Ma chi ce l’ha fatto fare?” – chi ce l’ha fatto fare di votare chi prometteva di pensare prima agli italiani, e poi li lascia col cerino acceso in mano. Il “leccaggio di culo” all’America di cui sopra è una metafora colorita, ma rende: si inseguisce l’ombra di potentati stranieri, mentre qui la casa brucia.
Non fraintendetemi: allearsi con l’Occidente va bene, ma non a costo di dimenticarsi del proprio popolo. Un governo serio dovrebbe battere i pugni in Europa per ottenere fondi, calmierare prezzi energetici, investire in sanità e lavoro. Invece, ci troviamo con slogan e bandierine mentre l’Italia reale arranca.
Ignoranti miei, la verità è questa ed è sotto i nostri occhi, confermata dai numeri. Altro che propaganda: i dati ufficiali e le statistiche raccontano di un Paese più povero, più tassato, più insicuro e più arrabbiato rispetto a tre anni fa. E se qualcuno vi dice il contrario, mostrate loro queste cifre – magari insieme a un bel gesto dell’ombrello tricolore.
Fonti: I numeri citati provengono da ISTAT, Ministeri e centri studi autorevoli: ad esempio rapporto ISTAT sulla povertà, dati ISTAT sul lavoro, comunicati Confesercenti sulle chiusure dei negozi, report del Ministero Salute, indici ISTAT dei prezzi, dati Sole24Ore-Interno sui reati, ecc. Tutte le fonti sono linkate nel testo per chi volesse approfondire. Perché le opinioni contano, ma i fatti (e le pigne che ci ritroviamo) contano di più.
Ci hanno promesso l’Italia sovrana, e ci hanno lasciato solo debiti, benzina a 2 euro e ospedali chiusi. Dio stramaledica ogni cazzo di slogan elettorale.
Donovan Rossetto – the journalist

