Amici 2025, un karaoke travestito da accademia

Tra finti pianti, giudici teatrali e coreografie copia-incolla: il disastro continua

C’è qualcosa di profondamente comico e tragico insieme nel vedere Amici 2025 ancora lì, vivo, che respira e si agita come un dinosauro televisivo convinto di essere ancora il re della foresta. Ogni anno ci riprovano, rimettono in scena la stessa solfa con la faccia da “novità assoluta”, e ogni volta è la stessa puntata, lo stesso copione, lo stesso finto pathos. È diventato il Capodanno di Canale 5: non sai mai cosa cambia, ma sai già che finirai per vergognarti un po’ di guardarlo.

L’idea di fondo, “una scuola di talento”, ormai fa ridere pure i muri. È come se qualcuno ti vendesse un corso di volo mentre è seduto in una macchina: tutto quello che promette è fumo. I ragazzi entrano nella “scuola” e vengono subito risucchiati in un reality travestito da accademia, dove conta più saper piangere in modo fotogenico che saper cantare una nota pulita. Tutto è montato per lo spettacolo, ogni litigio ha un angolo giusto di ripresa, e ogni “abbraccio di conforto” sembra pensato per finire su TikTok con la caption “quando la prof ti distrugge ma tu credi ancora nel sogno”.

E poi arrivano loro, gli “insegnanti”. Li chiamano così, ma ormai sono showmen, personaggi costruiti più dei ragazzi che giudicano.

Celentano, con quell’aria da santa vendicativa, sembra un algoritmo di giudizi sprezzanti: parla come se stesse leggendo versi apocalittici di un libro che ha scritto lei. Zerbi invece è il jolly: ride, punge, si prende troppo sul serio e riesce a essere contemporaneamente il professore, il comico e il meme vivente. È come se avessero preso un ex animatore turistico e gli avessero detto: “fingi di scoprire il nuovo Battisti”.

E Maria? Ah, Maria. La conduttrice che da vent’anni riesce a far credere di “non c’entrare nulla” con tutto quello che succede, mentre in realtà muove i fili come un burattinaio zen. Entra in scena con la calma di un prete che deve dare la comunione a un pubblico di disperati, parla con voce bassa, dolce, compassionevole, e intanto orchestra catastrofi televisive con la precisione di un regista di guerra. È l’unica in Italia che può dire a un ragazzo “hai talento” e farti sentire in colpa per aver dubitato di lei, anche se il ragazzo in questione ha appena distrutto una canzone di Mina come se fosse una suoneria del 2006.

La puntata tipo di Amici 2025 ormai è una parodia di se stessa. Si apre con i ragazzi che entrano a passo lento, fingendo di essere concentrati mentre pensano solo a come appariranno in camera. Poi c’è la sfida, che più che una sfida è un teatrino: si canta, si balla, si recita, si fanno smorfie e si aspetta il giudizio dell’oracolo. I giudici, come sempre, sparano frasi vuote tipo “hai emozionato” o “oggi non eri te stesso”, che significano tutto e niente. E se qualcuno prova a chiedere un giudizio tecnico, partono due pubblicità e un’intervista all’ospite del giorno, di solito un cantante che non ha più un singolo in classifica da dieci anni.

Ma il vero spettacolo non è quello sul palco, è quello dietro le quinte. Gli autori spingono per i drammi personali, le storie strappalacrime, le rivalità finte, le amicizie che durano quanto un hashtag. Ogni concorrente ha un copione preciso: c’è quello “troppo sensibile”, quello “ribelle”, quello “umile”, e l’immancabile “ragazzo del sud che lotta per il riscatto”. È la fiera dei cliché, un catalogo di stereotipi che servono solo a creare empatia a comando.

E intanto la parola “talento” viene usata come se fosse una moneta di plastica. Talento per chi? Per fare cosa? Molti di questi ragazzi hanno una passione sincera, ma vengono spremuti come limoni in nome dell’audience. Li mettono a confronto, li umiliano, li premiano e li disfano, tutto nel giro di 40 minuti di diretta. È un gioco psicologico travestito da percorso artistico, dove l’unica cosa che si impara davvero è come sopravvivere ai commenti su Instagram.

Il pubblico applaude, ride, si commuove, ma sotto sotto lo sa che sta assistendo a un grande reality musicale dove l’arte è solo una scusa per generare like. E Maria lo sa ancora meglio. Ogni volta che un ragazzo scoppia a piangere, la telecamera la inquadra con quel mezzo sorriso empatico che sembra dire: “so che è tutto finto, ma almeno stiamo facendo share”. E lo share, d’altronde, è l’unico vero Dio in questo tempio del kitsch.

A un certo punto ti chiedi: possibile che nessuno si accorga del ridicolo? Che nessuno noti quanto tutto sia identico all’anno prima? Persino i siparietti sembrano scritti con il copia e incolla. Gli scontri Celentano – Cucca, Zerbi – Todaro, le solite frasi “io credo nel mio allievo”, i pianti, le scuse, i balletti con lo sguardo da drama queen… ogni stagione è la stessa minestra riscaldata, ma con nuovi volti e meno sostanza. Eppure funziona. Perché l’Italia è un Paese che non smette mai di guardare ciò che odia.

E così Amici 2025 continua a esistere. È la versione patinata dell’eterno ritorno: lo stesso spettacolo, ogni anno, con nuovi costumi e vecchie bugie. Non importa se la musica è morta dentro quel format già da un decennio: basta una frase emozionale, una clip in slow motion, un bacio tra due ragazzi in lacrime, e il pubblico torna a crederci. È la truffa più elegante della TV italiana: farti credere che stai guardando un talent, mentre stai assistendo a un esperimento sociale su quanto poco ci voglia per manipolare l’emozione collettiva.

E la stampa generalista, invece di smontare questo circo, ci sguazza. Ogni settimana articoli sui “momenti toccanti”, sulle “lacrime della Celentano”, sugli “abbracci commoventi di Maria”. Nessuno che dica la verità: che Amici è diventato un gigantesco spot pubblicitario travestito da show. Ogni coreografia è sponsorizzata, ogni outfit è un accordo commerciale, ogni canzone è un lancio di marketing per qualcuno che deve promuovere un tour. È un supermercato delle emozioni, dove ogni gesto ha un prezzo e ogni applauso è già stato provato in anticipo.

Eppure, nel marcio, resta qualcosa di umano. Quei ragazzi, poveri cristi, ci credono davvero. Ci credono come si crede a un miracolo, come si crede a chi ti promette che basta il talento per farcela. Ma il sistema non vuole talento, vuole personaggi. E quando la stagione finisce, quei “personaggi” vengono dimenticati come i vincitori del Grande Fratello Vip di quattro anni fa.

E quindi sì, Amici 2025 è spazzatura. Spazzatura luccicante, impacchettata bene, con una regia perfetta e una conduttrice che riesce a far sembrare anche il nulla una cosa importante. Ma resta pur sempre spazzatura. Un monumento alla superficialità, al falso buonismo e alla tv che ancora crede di poterci insegnare cos’è il talento, mentre affoga nella sua stessa ipocrisia.

E allora, Ignoranti miei, la domanda è una sola:
quanto ancora dobbiamo far finta che Amici sia una scuola e non il più grande spot pubblicitario travestito da sogno televisivo?

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