Sparatoria tra le palazzine Ater di Udine: 4 feriti, uno gravissimo. Caccia all’uomo in fuga

Una lite tra due famiglie degenera in via della Roggia: bossoli, armi e tensioni in una zona già sotto osservazione

Tutto è esploso poco dopo le 18 di ieri, in via della Roggia a Udine, all’interno del comprensorio delle palazzine gestite da Ater nel quartiere dell’ex-macello. Una lite tra due famiglie – entrambe con componenti che abitano o frequentano l’area – si è trasformata in un regolamento di conti con arma da fuoco, e il bilancio è di almeno quattro feriti. Uno dei giovani, un 23enne, è in condizioni gravissime. Le forze dell’ordine sono in campo h24 per rintracciare lo sparatore, ancora in fuga.

La dinamica prima appare quasi banale: davanti al civico 9, sotto la luce grigia del crepuscolo, due gruppi si affrontano. Una parola di troppo. Un coltello, puntato alla gola di un ragazzo da parte di uno dei contendenti. Il taglierino è implicitamente la miccia. Il diverbio si trasferisce al civico 5: arrivano rinforzi di entrambi i lati, l’adrenalina sale. Poi l’arma, i colpi. Decine. L’area, piena di palazzine fatiscenti, cortili sommessi, residenti già stanchi della convivenza complessa, diventa teatro di sangue e paura. Una macchina sgommata via, urla, la zona transennata, il pronto intervento del 118, polizia e carabinieri.

I feriti sono quattro: un uomo di 50 anni, suo figlio di 28, e un 38enne – tutti coinvolti direttamente, e quel 23enne – figlio o fratello – che riporta ferite all’addome e alle gambe, in terapia intensiva. Il quarto, più lieve, si è presentato autonomamente in ospedale. Le indagini parlano di un solo sparatore che ha fatto fuoco «mirando alle gambe», non per uccidere, ma per ferire, dicono gli inquirenti, anche se l’intento di una pistola resta deliberato e violento. Una decina di bossoli recuperati a terra come silenziosi testimoni del conflitto.

La zona: via della Roggia e le palazzine Ater non sono nuovi teatri di tensioni. Il quartiere – di edilizia pubblica, con spazi comuni scarsamente vigilati, vicini a campi con all’interno diverse etnie – vive in una convivenza fragile: residenti che denunciano abusi, angoli non illuminati, telecamere assenti o spente, controllo sociale sfumato.

La lite tra famiglie come è stata definita dai media, alimenta un dibattito già acceso sul tema integrazione-sicurezza-contesto urbano, ma gli inquirenti sottolineano che, al momento, il fulcro è l’indagine penale e non l’etichetta sociale. Si verifica se le due famiglie si conoscevano, se la lite era premeditata, se c’era una faida in corso o un episodio isolato degenerato.

Le forze dell’ordine della città hanno attivato pattugliamenti intensificati e controlli nei campi nomadi della zona. Identità dello sparatore già nota agli investigatori, ma latitante: la caccia è attiva. Si cercano testimonianze, filmati delle telecamere private, elementi che consentano di ricostruire ogni passaggio: chi ha imbracciato la pistola, chi ha causato la minaccia col taglierino, in quale ordine sono partiti i colpi, e se entrambe le parti erano armate o solo una. Perché alcuni testimoni riferiscono che l’altro gruppo avrebbe anch’esso avuto arma da fuoco, circostanza al vaglio. La mancata copertura video nella zona rende però più difficile la ricostruzione: la zona del civico 9 pare non fosse dotata di sorveglianza attiva nel momento della lite.

Sul versante istituzionale, il sindaco di Udine ha diffuso una nota per rassicurare la cittadinanza: «Piena fiducia nelle forze dell’ordine», dice, e conferma un contatto costante con il Prefetto per monitorare la situazione. Ma per i residenti non bastano parole. Testimoni parlano di aver udito spari che a prima vista sembravano petardi – la sorpresa è stata totale. Una donna residente racconta di essersi affacciata e aver visto tre persone a terra, una non respirava, e la chiamata al 118 è stata d’urgenza. Un altro spiega: «Ho paura di uscire la sera». La paura nel quartiere è reale.

Restano diversi nodi: il movente preciso (una vendetta? un debito? una lite passata?) non è ancora chiarito; la provenienza dell’arma – se illegalmente detenuta o passata di mano – è da verificare; e la fuga dell’aggressore lascia una ferita aperta nella comunità: senza cattura, il rischio di nuova escalation è concreto. L’area di edilizia popolare funge da catalizzatore di problematiche più ampie: marginalità, controllo sociale debole, convivenza difficile, ma la risposta non può essere solo repressione – l’episodio dimostra che quel che serve è anche prevenzione, sicurezza urbana visibile, rete sociale.

Per gli inquirenti, l’obiettivo immediato è chiudere il cerchio: identificare e arrestare lo sparatore, chiarire la dinamica dello scontro, catalogare le responsabilità. Per i cittadini, è il momento di pretendere non solo una reazione, ma una trasformazione: palazzi, cortili, zone comuni che non siano teatro di violenza ma di vita quotidiana.

Altrimenti, la paura non sarà un episodio episodico: sarà il nuovo rumore di fondo.

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