Cornacchia Pordenone: una madre protegge i suoi piccoli e noi vogliamo spararle

Se la risposta a un animale che dà fastidio è sempre ucciderlo, allora siamo davvero alla frutta

La vicenda della cornacchia di Pordenone sta facendo discutere tutta Italia e, francamente, è difficile non restare perplessi. Da settimane si parla di questo animale che avrebbe attaccato alcuni passanti mentre difendeva il proprio nido e i propri piccoli. Una situazione certamente fastidiosa e potenzialmente pericolosa, che richiede attenzione e buon senso. Il problema è che sembra che il buon senso sia la prima cosa a essere sparita da questa storia.

Perché qui non stiamo parlando di un predatore fuori controllo, di un animale malato o di una minaccia eccezionale per la popolazione. Stiamo parlando di una cornacchia che fa ciò che qualsiasi genitore farebbe: proteggere i propri figli. È un comportamento che esiste da milioni di anni e che qualunque persona con un minimo di conoscenza della natura dovrebbe considerare assolutamente normale. Eppure siamo arrivati al punto in cui qualcuno ritiene accettabile discutere dell’abbattimento dell’animale come se fosse la soluzione più logica e immediata.

La domanda che viene spontanea è una sola: davvero nel 2026 non siamo capaci di trovare alternative migliori? Possibile che una città moderna, con tecnici, veterinari, esperti ambientali, forze dell’ordine e amministratori pubblici, non riesca a gestire una cornacchia senza arrivare a parlare di fucili e abbattimenti? Se la risposta è no, allora il problema non è la cornacchia. Il problema siamo noi.

Negli ultimi anni sentiamo continuamente parlare di sostenibilità, tutela ambientale, biodiversità e rispetto della fauna selvatica. Sono parole che riempiono conferenze, campagne elettorali e post sui social. Poi però arriva il momento della verità. Arriva il momento in cui un animale selvatico si comporta esattamente come farebbe in natura e improvvisamente tutti quei discorsi sembrano finire nel cestino. La biodiversità ci piace finché non ci crea il minimo disagio. Gli animali ci piacciono finché restano lontani. La natura ci piace finché si comporta come un arredamento urbano.

La realtà è che la natura non funziona così. Una cornacchia non ragiona come un essere umano e non può comprendere che sotto il suo albero passano persone dirette al lavoro. Sa soltanto che nel suo nido ci sono dei piccoli e che deve proteggerli. È un istinto naturale, prevedibile e temporaneo. Infatti molti esperti ricordano che questi comportamenti tendono a diminuire o scomparire completamente una volta terminato il periodo di nidificazione. In altre parole, stiamo parlando di una situazione che ha una fine naturale.

Per questo motivo appare assurdo che il dibattito pubblico si sia concentrato così rapidamente sull’idea di eliminare l’animale. Prima di arrivare a una misura estrema dovrebbero essere valutate tutte le alternative possibili: delimitare l’area, installare segnalazioni, monitorare il nido, coinvolgere specialisti nella gestione della fauna selvatica o attendere la conclusione del periodo riproduttivo. Sono soluzioni che richiedono impegno e organizzazione, certo, ma è proprio questo che dovrebbe fare una società civile quando si trova davanti a un problema complesso.

La questione, però, va oltre la singola cornacchia di Pordenone. Questa storia racconta qualcosa di molto più profondo e preoccupante. Racconta una società sempre meno disposta a convivere con qualsiasi elemento che sfugga al proprio controllo. Un animale crea disagio? Via. Un animale sporca? Via. Un animale spaventa qualcuno? Via. È una logica pericolosa perché trasforma ogni inconveniente in una condanna.

Nessuno sostiene che la sicurezza pubblica debba essere ignorata. Nessuno vuole minimizzare eventuali feriti o episodi spiacevoli. Ma proprio perché la sicurezza è una cosa seria dovrebbe essere affrontata con intelligenza, proporzionalità e competenza. L’abbattimento dovrebbe essere l’ultima opzione possibile, non una delle prime idee che emergono nel dibattito.

Forse la domanda più importante non riguarda nemmeno la cornacchia. Forse dovremmo chiederci che tipo di società stiamo diventando. Una società capace di trovare soluzioni equilibrate ai problemi o una società che sceglie sempre la strada più semplice e brutale? Perché se la risposta a un animale che difende i propri piccoli è semplicemente ucciderlo, allora la vicenda di Pordenone non parla soltanto di una cornacchia. Parla di noi. E quello che racconta non è particolarmente rassicurante.

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