Ragazzo di 14 anni scomparso a Spilimbergo, ma il vero orrore è nei commenti: “Scioglietelo nell’acido”

Mentre una famiglia vive giorni di angoscia, sui social c’è chi trasforma una scomparsa in una gara di razzismo e disumanità. E no, non è libertà di espressione.

C’è una notizia che dovrebbe unire tutti: un ragazzo di appena 14 anni è scomparso da Spilimbergo e da giorni familiari, amici, volontari e forze dell’ordine lo stanno cercando nella speranza di riportarlo a casa sano e salvo. In situazioni come questa non dovrebbero esistere differenze di colore della pelle, di nazionalità o di idee politiche. Dovrebbe esistere soltanto una cosa: l’umanità.

E invece basta aprire Facebook, sotto il post pubblicato da Il Gazzettino, per accorgersi che qualcosa nella nostra società si è rotto.

Tra centinaia di messaggi di solidarietà compaiono commenti che definire vergognosi è quasi riduttivo. C’è chi scrive che il ragazzo dovrebbe essere “sciolto nell’acido”, chi lo definisce una “scimmia” e chi invita chi prova compassione a “portarselo a casa”. Frasi che, oltre ad essere disgustose, ricevono anche decine di reazioni positive, segno che il problema non riguarda soltanto chi le scrive, ma anche chi le approva.

Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto una notizia di cronaca e diventa lo specchio di un degrado culturale che non possiamo più fingere di non vedere.

Non stiamo parlando di un criminale. Non stiamo parlando di qualcuno condannato per un reato. Stiamo parlando di un ragazzo di quattordici anni del quale, mentre scriviamo, non si conosce ancora la sorte. Da una parte ci sono dei genitori che probabilmente non dormono da giorni, aspettando una telefonata che possa riportare un minimo di serenità. Dall’altra ci sono persone che trovano il tempo di augurargli la morte, trasformando una tragedia umana nell’ennesimo sfogo d’odio da tastiera.

Può sembrare la classica storia di odio che nasce e muore in una sezione commenti.

In realtà è molto di più. È la fotografia di una parte della nostra società che sembra aver perso completamente il senso del limite. Per alcuni utenti non conta che davanti ci sia un essere umano, tantomeno un minorenne. Conta soltanto trovare un bersaglio su cui riversare rabbia, frustrazione e pregiudizi, protetti dall’illusione dell’anonimato o dalla distanza di uno schermo.

La cosa ancora più inquietante è che quei commenti non rimangono isolati. Vengono condivisi, ricevono approvazioni, raccolgono reazioni positive. Questo significa che il problema non è soltanto chi scrive certe atrocità, ma anche chi le considera normali, chi ci ride sopra e chi sceglie di incoraggiarle con un semplice “Mi piace”. È così che l’odio smette di essere l’eccezione e rischia di diventare parte del linguaggio quotidiano dei social.

Qualcuno, come sempre, tirerà fuori la solita giustificazione: “È libertà di espressione”. No, non lo è. La libertà di espressione serve a confrontarsi, a criticare, a discutere. Non è un lasciapassare per augurare la morte a un ragazzo scomparso o per insultarlo sulla base del colore della pelle. C’è una differenza enorme tra esprimere un’opinione e disumanizzare una persona. Confondere le due cose significa aver perso il significato stesso della parola libertà.

La domanda che dovremmo porci è un’altra: cosa spinge una persona adulta a leggere la notizia della scomparsa di un quattordicenne e sentire il bisogno di scrivere “scioglietelo nell’acido”? Quale vuoto, quale rabbia o quale degrado morale porta qualcuno a trasformare il dolore di una famiglia in un’occasione per fare il fenomeno davanti a perfetti sconosciuti?

Forse la risposta è semplice: dietro una tastiera ci si sente invincibili. Si scrivono cose che non si avrebbe mai il coraggio di pronunciare guardando negli occhi i genitori di quel ragazzo. Perché è facile fare il duro quando si è nascosti dietro un profilo Facebook. Molto meno quando ci si trova davanti a una madre che da giorni non sa dove sia suo figlio.

C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione. In questi casi si parla spesso del ruolo dei social network, degli algoritmi e delle piattaforme. Ma sarebbe troppo comodo scaricare tutta la responsabilità su Facebook. I social non inventano l’odio. Lo amplificano, certo, ma chi scrive quei commenti è una persona in carne e ossa. È qualcuno che vive accanto a noi, che fa la spesa nei nostri supermercati, che magari lavora, vota, cresce dei figli. Ed è proprio questo a fare più paura.

Perché se perdiamo la capacità di provare empatia davanti alla scomparsa di un bambino, allora il problema non è più internet. Il problema siamo noi.

A chi legge queste righe voglio dire una cosa molto semplice. Si può discutere di immigrazione, di sicurezza, di politica e di qualsiasi altro tema, anche con toni accesi. Il confronto è il sale della democrazia. Ma esiste un confine che non dovrebbe mai essere superato: quello dell’umanità. Davanti alla scomparsa di un ragazzo di 14 anni non esistono schieramenti, non esistono ideologie e non esistono giustificazioni per l’odio.

La speranza, oggi, è una sola: che questo ragazzo venga ritrovato sano e salvo e possa riabbracciare la sua famiglia il prima possibile. Tutto il resto, dagli insulti alle provocazioni fino ai commenti razzisti, merita soltanto una cosa: la condanna più ferma possibile. Perché una società si giudica anche da come reagisce al dolore degli altri. E leggere certi commenti significa prendere atto che, per qualcuno, l’umanità è stata sostituita dalla cattiveria gratuita. Ed è questo, forse, l’aspetto più inquietante di tutta questa storia.

“Non fate paura per quello che scrivete. Fate paura perché probabilmente pensate davvero ciò che scrivete.”

Donovan Rossetto

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