In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano, anche quando non piacciono
Da quando la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione, l’Italia si è divisa. Sui social si moltiplicano i messaggi di solidarietà, le raccolte firme, le richieste di grazia e gli appelli a considerarlo un simbolo della legittima difesa. Per molti è un uomo che ha semplicemente reagito dopo aver subito una rapina. Per altri è la dimostrazione che la legge italiana non tutela abbastanza le vittime.
Ma c’è una domanda che dovrebbe venire prima di tutte le altre: stiamo davvero discutendo dei fatti accertati oppure della versione che più ci fa comodo?
Perché una cosa è fuori discussione: nessuno può minimizzare il trauma di una rapina a mano armata. Entrare nel proprio negozio e trovarsi davanti tre uomini armati è un’esperienza che nessuno dovrebbe vivere. Su questo non esiste alcun dibattito.
Il punto, però, è un altro.
La condanna non è arrivata perché Mario Roggero è stato rapinato. È arrivata perché, secondo tre gradi di giudizio, i rapinatori erano ormai in fuga quando furono inseguiti e raggiunti dagli spari. È questa la distinzione che molti continuano a ignorare.
L’articolo 52 del Codice Penale disciplina la legittima difesa e richiede che il pericolo sia attuale. Quando il pericolo cessa, cessano anche i presupposti della legittima difesa. È esattamente questo il ragionamento seguito dai giudici e confermato fino alla Cassazione.
Chi oggi sostiene che Roggero sia stato condannato semplicemente per essersi difeso racconta quindi una versione incompleta della vicenda.

C’è poi un altro elemento che viene spesso cancellato dal dibattito pubblico: il precedente del 2005.
Molti descrivono Roggero come un uomo irreprensibile che si è trovato per la prima volta davanti a una tragedia nel 2021. Eppure la sua storia giudiziaria racconta anche altro.
Nel 2005 patteggiò una condanna dopo essersi presentato a casa dell’allora fidanzato della figlia. Secondo quanto accertato nel procedimento, aggredì il giovane e minacciò lui e i suoi familiari puntando una pistola. Non erano rapinatori. Non stavano commettendo un reato. Era una vicenda privata che sfociò comunque in un procedimento penale.
Quel precedente non dimostra automaticamente come dovesse essere giudicato il caso del 2021. Sarebbe scorretto sostenerlo. Ma è altrettanto scorretto fingere che non esista o presentare Roggero come una persona che abbia impugnato un’arma soltanto durante una rapina.
Anche questo è un fatto della sua storia.
Un altro aspetto che merita di essere ricordato riguarda il principio sul quale si fonda il nostro ordinamento. La Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili della persona e tutela la vita come bene primario. Da questo principio discende una regola fondamentale del diritto penale: la difesa della proprietà non può trasformarsi, quando il pericolo è ormai cessato, in una giustificazione per togliere la vita a un’altra persona.
Questo non significa attribuire più valore ai rapinatori che alle vittime. Significa affermare un principio che vale per tutti. Se lo Stato accettasse che chiunque possa inseguire e uccidere una persona quando il pericolo è terminato, smetterebbe di essere uno Stato di diritto e lascerebbe spazio alla giustizia privata.
È comprensibile che una sentenza possa non piacere. È legittimo chiedere una riforma della legge sulla legittima difesa. In democrazia si possono criticare le decisioni dei tribunali e proporre norme diverse.
Quello che dovrebbe preoccupare, però, è la tendenza a trasformare qualsiasi vicenda giudiziaria in una battaglia tra tifoserie. Da una parte gli “eroi”, dall’altra i “nemici del popolo”. In mezzo, spesso, spariscono i fatti.
Difendere la sentenza della Cassazione non significa stare dalla parte dei rapinatori. Significa sostenere che le regole valgono per tutti e che il diritto di difendersi ha limiti precisi stabiliti dalla legge. Sono limiti che servono a proteggere ogni cittadino, non a favorire chi commette reati.
Una giustizia che applica le regole anche nei casi più difficili può essere contestata, ma non dovrebbe essere delegittimata solo perché la decisione è impopolare. In caso contrario, il rischio è che siano l’emotività e la rabbia, e non il diritto, a decidere dove finisca la legittima difesa e dove inizi la responsabilità penale.
Difendere la legge non significa difendere i criminali. Significa impedire che ognuno decida da solo chi ha il diritto di vivere e chi no.
Donovan Rossetto

