Da una parte abbiamo Mario Roggero, ripreso dalle telecamere mentre esce dalla propria gioielleria, insegue tre rapinatori ormai in fuga e apre il fuoco: due uomini muoiono e un terzo rimane ferito. Dall’altra abbiamo Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio sulla base soprattutto di una traccia genetica che la difesa contesta da anni e che non ha potuto sottoporre a una propria perizia durante il processo.
Eppure, nel dibattito pubblico italiano, la mobilitazione sembra essersi concentrata quasi interamente sul primo.
Politici, personaggi pubblici e migliaia di utenti sui social chiedono solidarietà, clemenza o addirittura la grazia per Roggero. Molto meno spazio viene invece concesso alla richiesta, assai più prudente, di consentire alla difesa di Bossetti di effettuare nuovi accertamenti scientifici sui reperti ancora esistenti.
Non si tratta di sostenere che Bossetti sia certamente innocente. Si tratta di porre una domanda molto più semplice: perché si invoca la giustizia per un uomo la cui condotta è stata registrata dalle telecamere, mentre si guarda quasi con fastidio a chi chiede di verificare nuovamente la prova scientifica che ha condannato un altro uomo all’ergastolo?
Mario Roggero: cosa accadde il 28 aprile 2021
La sera del 28 aprile 2021, tre uomini entrarono nella gioielleria di Mario Roggero, nella frazione Gallo di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Durante la rapina furono minacciati il commerciante, sua moglie e la figlia.
Il terrore vissuto dalla famiglia non può essere minimizzato. Subire una rapina armata all’interno della propria attività è un’esperienza traumatica e potenzialmente devastante.
Il punto, però, non è stabilire se Roggero avesse diritto ad avere paura. Il punto è capire cosa accadde dopo.
Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, quando i rapinatori uscirono dal negozio e cercarono di fuggire, Roggero prese una pistola, uscì dalla gioielleria, li inseguì e sparò all’esterno. Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli morirono, mentre Alessandro Modica rimase ferito.
Le telecamere di sorveglianza rappresentarono un elemento centrale del processo. La sentenza di primo grado ha evidenziato che tutti i colpi furono esplosi fuori dall’esercizio commerciale, quando la rapina era terminata e i responsabili stavano tentando di allontanarsi. I giudici hanno quindi escluso che Roggero stesse reagendo a un pericolo ancora attuale per sé o per la propria famiglia.
Nelle prime dichiarazioni pubbliche, Roggero aveva sostenuto di aver aperto il fuoco quando i rapinatori erano ancora dentro la gioielleria e armati. Tale versione, secondo la Corte d’Assise, fu smentita dalle videoriprese e successivamente abbandonata dallo stesso imputato durante il processo.
La difesa sostenne anche che il gioielliere potesse aver creduto che i malviventi stessero portando via sua moglie. Anche questa ricostruzione fu respinta: dalle immagini interne risultava che Roggero avesse incontrato la moglie mentre si dirigeva verso l’uscita, spostandola per poter proseguire l’inseguimento.

Perché i giudici hanno escluso la legittima difesa
La legittima difesa non è una licenza generale a sparare contro chi ha appena commesso un reato. La legge richiede un pericolo attuale, una reazione necessaria e una proporzione tra difesa e offesa.
Secondo i giudici, quando Roggero aprì il fuoco il pericolo immediato era cessato. I rapinatori non stavano più compiendo l’assalto dentro il negozio, ma cercavano di raggiungere l’automobile e fuggire.
La Corte descrisse quindi l’azione non come una difesa necessaria, ma come una forma di giustizia privata contro persone ormai in fuga. Non fu negato il trauma subito dal gioielliere: fu però stabilito che quel trauma non poteva trasformare l’inseguimento e gli spari in una condotta legittima.
Roggero fu condannato in primo grado, il 4 dicembre 2023, a 17 anni di reclusione per il duplice omicidio e il tentato omicidio del terzo rapinatore. Le motivazioni furono depositate il 28 febbraio 2024.
Il 3 dicembre 2025, la Corte d’Assise d’Appello di Torino confermò la responsabilità penale, ma ridusse la pena a 14 anni e 9 mesi.
Il 15 luglio 2026, la Corte di Cassazione rese definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi. Roggero è quindi entrato in carcere a 72 anni.
Non siamo dunque davanti a un uomo condannato senza una ricostruzione visiva dei fatti. Esistono immagini, una sequenza temporale, le traiettorie dei colpi, due vittime, una persona ferita e dichiarazioni iniziali che i giudici hanno ritenuto incompatibili con quanto mostrato dalle telecamere.
Si può ritenere la pena eccessiva. Si può provare compassione per un commerciante traumatizzato. Si può persino sostenere politicamente la concessione della grazia. Ma non si può fingere che la condanna sia arrivata perché lo Stato avrebbe punito un uomo semplicemente per essersi difeso durante una rapina ancora in corso.
Massimo Bossetti: la scomparsa di Yara e l’ergastolo
Il caso di Massimo Bossetti è completamente diverso.
Yara Gambirasio, tredicenne di Brembate di Sopra, scomparve la sera del 26 novembre 2010, dopo essere uscita dal centro sportivo nel quale praticava ginnastica ritmica.
Il suo corpo fu ritrovato esattamente tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011, in un campo a Chignolo d’Isola. Sul corpo furono riscontrate ferite da taglio, traumi e segni di una lunga permanenza all’aperto.
Dopo una vastissima indagine genetica, il 16 giugno 2014 fu arrestato Massimo Bossetti, muratore di Mapello, sposato e padre di tre figli. Il suo DNA nucleare venne ritenuto coincidente con quello attribuito al soggetto denominato “Ignoto 1”, individuato sugli indumenti di Yara.
Il 1º luglio 2016, la Corte d’Assise di Bergamo condannò Bossetti all’ergastolo.
Il 17 luglio 2017, la Corte d’Assise d’Appello di Brescia confermò la condanna.
Il 12 ottobre 2018, la Cassazione rese definitivo l’ergastolo.
Bossetti è quindi detenuto dal giugno 2014: alla data di luglio 2026 sono trascorsi oltre dodici anni di carcere, mentre la sua condanna definitiva risale a quasi otto anni prima.

Il DNA di “Ignoto 1”: la prova principale
La prova centrale contro Bossetti è il DNA nucleare attribuito a “Ignoto 1”.
Secondo le sentenze, il profilo genetico rilevato sugli indumenti di Yara coincide con quello di Bossetti. La Cassazione ha affermato che la compatibilità era stata confermata attraverso 24 marcatori genetici e che la probabilità statistica di trovare casualmente un altro individuo con lo stesso profilo era estremamente remota.
Per i giudici questa identificazione è stata solida e sufficiente, insieme agli altri elementi del procedimento, a dimostrare la responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio.
Ma è proprio attorno a questa prova che si concentrano le contestazioni della difesa.
I legali di Bossetti hanno sostenuto che gli accertamenti originari non furono ripetibili in contraddittorio, perché il profilo di “Ignoto 1” venne ricavato quando Bossetti non era ancora indagato e, quando il suo nome emerse, parte del materiale biologico era già stata utilizzata.
La difesa ha inoltre contestato la catena di custodia, i kit impiegati, la conservazione dei campioni e la presenza di un DNA mitocondriale che non sarebbe stato attribuito a Bossetti. Queste obiezioni sono state esaminate e respinte nelle sentenze, ma continuano a rappresentare il nucleo delle richieste di nuovi accertamenti.
Questo è un punto che merita di essere spiegato correttamente. Le sentenze hanno ritenuto valida la prova genetica; non esiste, al momento, una decisione giudiziaria che l’abbia dichiarata falsa. Allo stesso tempo, è vero che la difesa non ha mai smesso di chiedere di poter analizzare direttamente e con i propri consulenti ciò che resta dei campioni.
Chiedere una nuova verifica non significa automaticamente proclamare Bossetti innocente. Significa verificare se una prova che ha determinato un ergastolo possa reggere anche a nuovi accertamenti indipendenti.
Gli altri elementi utilizzati contro Bossetti
Oltre al DNA, l’accusa e le sentenze hanno considerato una serie di elementi indiziari.
Tra questi vi furono il passaggio di un furgone simile a quello posseduto da Bossetti nelle immagini di alcune telecamere della zona, l’analisi delle celle telefoniche, alcune fibre rinvenute sugli abiti di Yara e considerate compatibili con materiali presenti sul veicolo dell’imputato, oltre a particelle e sfere metalliche collegate all’ambiente lavorativo dell’edilizia.
Furono inoltre valutate alcune ricerche informatiche e le dichiarazioni rese da Bossetti durante le indagini e il processo.

La difesa ha però sempre sostenuto che questi elementi, isolati dal DNA, non identificherebbero in modo univoco l’autore dell’omicidio.
Un furgone ripreso da una telecamera non mostrava chiaramente né la targa né il volto del conducente. Le fibre e le particelle erano considerate dalla difesa materiali comuni, non esclusivamente riconducibili a Bossetti. I dati telefonici non collocavano il suo cellulare sulla scena del delitto e non esisteva una telefonata, un messaggio o una comunicazione tra Bossetti e Yara.
Non risultarono testimoni oculari capaci di affermare di averli visti insieme. Non fu individuata un’arma del delitto appartenente a Bossetti. Non venne ricostruito con certezza un rapporto precedente tra l’uomo e la ragazza. Non emerse una confessione e Bossetti ha sempre negato ogni responsabilità.
Questo non significa che gli altri indizi non abbiano valore giuridico. Significa che, nella struttura dell’accusa, la prova del DNA rimane il pilastro principale: senza quella traccia, gli altri elementi avrebbero probabilmente avuto un peso molto diverso.
Le verifiche chieste dalla difesa
Per anni i legali di Bossetti hanno chiesto di accedere ai reperti, alle fotografie ad alta risoluzione, ai tracciati elettroforetici e ai dati relativi alle migliaia di profili genetici raccolti durante l’indagine.
Nel 2021, la Cassazione riconobbe il diritto della difesa ad accedere ai reperti.
Nel 2023, un nuovo provvedimento aprì alla possibilità di visionare il materiale, lasciando alla difesa la facoltà di chiedere successivamente analisi più approfondite.
Nel maggio 2024, gli avvocati e i consulenti di Bossetti poterono finalmente visionare gli abiti di Yara, le scarpe, le provette contenenti residui biologici e gli altri reperti conservati. La visione avvenne senza poter manipolare o analizzare direttamente il materiale.
Successivamente la difesa ha ottenuto fotografie ad alta risoluzione, i tracciati dei profili genetici e i dati relativi ai circa 25 mila DNA raccolti nel corso dell’inchiesta.
Nel giugno 2026, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini hanno presentato una nuova istanza per essere autorizzati a effettuare veri e propri accertamenti tecnico-scientifici sui reperti e sui campioni biologici ancora esistenti. La richiesta non costituisce ancora una revisione del processo: servirebbe a raccogliere eventuali elementi nuovi da utilizzare, in futuro, per domandarla.
La domanda, allora, è inevitabile: se la prova è davvero così inattaccabile, perché temere una nuova verifica?
Un nuovo esame potrebbe confermare definitivamente la ricostruzione dell’accusa. Oppure potrebbe evidenziare anomalie. In entrambi i casi, la giustizia ne uscirebbe rafforzata.
Quattordici anni e nove mesi contro l’ergastolo
Il confronto tra le pene è impressionante, pur riguardando reati, circostanze e procedimenti completamente differenti.
Mario Roggero è stato condannato definitivamente a 14 anni e 9 mesi per avere ucciso due persone e tentato di ucciderne una terza. I fatti sono stati ripresi dalle telecamere e la sua presenza sulla scena non è mai stata in discussione.
Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo, la pena più grave prevista dall’ordinamento italiano, per l’omicidio di Yara Gambirasio. Non esistono immagini dell’omicidio, testimoni oculari, confessioni o un’arma attribuita direttamente a lui. La condanna poggia soprattutto sull’identificazione genetica di “Ignoto 1”, considerata certa dai giudici ma contestata dalla difesa.
Non è corretto ricavare automaticamente da questa differenza che uno dei due sia stato trattato meglio o peggio. La pena non dipende soltanto dal numero delle vittime: contano la qualificazione giuridica del reato, le aggravanti, le attenuanti, il movente, le modalità della condotta e numerosi altri fattori.
Tuttavia, sul piano dell’opinione pubblica, il paradosso rimane.
Per Roggero, autore materiale certamente identificato di due uccisioni e di un ferimento, si chiede una mobilitazione nazionale. Per Bossetti, che continua a proclamarsi innocente e chiede di riesaminare la prova scientifica sulla quale poggia il suo ergastolo, molti sembrano considerare persino la richiesta di nuove analisi come un affronto alla memoria della vittima.
Ma chiedere che una prova venga verificata non significa mancare di rispetto a Yara. Al contrario, accertare la verità senza lasciare dubbi dovrebbe essere il primo modo di rispettarla.
Non serve proclamare Bossetti innocente per chiedere nuove analisi
Il punto di questo articolo non è sostituire una sentenza con una convinzione personale.
Massimo Bossetti è, giuridicamente, colpevole in via definitiva. Mario Roggero è, giuridicamente, responsabile di due omicidi e di un tentato omicidio.
Ma una sentenza definitiva può essere sottoposta a revisione quando emergono prove nuove o circostanze capaci di mettere in discussione il precedente giudizio. È uno strumento previsto dalla legge, non una concessione fatta agli innocentisti.
Sostenere il diritto della difesa di Bossetti ad analizzare i reperti non significa dichiararlo innocente. Significa pretendere che una condanna all’ergastolo sia verificabile fino in fondo.
Al contrario, trasformare Roggero in un eroe significa rischiare di affermare un principio pericoloso: che chi subisce un reato possa inseguire chi fugge, aprire il fuoco e sostituirsi allo Stato nell’applicazione della pena.
Si può comprendere il trauma di Roggero senza giustificare ogni sua azione. Si può ricordare la brutalità dell’omicidio di Yara senza considerare intoccabile ogni passaggio dell’indagine.
La giustizia non dovrebbe avere tifoserie.
Perché tanta solidarietà per Roggero e così poca per Bossetti?
La risposta, probabilmente, è emotiva.
La storia del gioielliere che reagisce ai rapinatori è semplice, immediata e politicamente spendibile. Si divide facilmente il mondo tra il commerciante onesto e i criminali entrati nel suo negozio. Non importa che gli spari siano stati esplosi durante la fuga: nel racconto dei social, Roggero diventa comunque l’uomo che ha difeso casa, famiglia e lavoro.
Il caso Bossetti è invece complesso, tecnico e scomodo. Richiede di parlare di genetica forense, tracciati elettroforetici, DNA nucleare e mitocondriale, catena di custodia, reperti biologici, perizie irripetibili e revisione processuale.
Soprattutto, sostenere nuove analisi su Bossetti espone immediatamente all’accusa di voler difendere l’assassino di una bambina.
Ma proprio nei casi più dolorosi bisogna avere la forza di distinguere il desiderio di trovare un colpevole dalla necessità di avere la certezza di aver condannato quello giusto.
La giustizia non può dipendere dalla popolarità
Mario Roggero ha diritto alle tutele previste dalla legge, a una detenzione rispettosa della sua età e delle sue condizioni e, qualora ne ricorrano i presupposti, a chiedere provvedimenti di clemenza.
Massimo Bossetti ha diritto a utilizzare tutti gli strumenti legali disponibili per dimostrare la propria eventuale innocenza, compresa la possibilità di far analizzare nuovamente i reperti esistenti.
Quello che non è accettabile è trasformare il primo in un martire nazionale e trattare il secondo come se non avesse più nemmeno il diritto di chiedere una verifica scientifica.
Perché per Roggero esistono filmati che documentano l’inseguimento e gli spari. Per Bossetti esiste una prova genetica ritenuta decisiva dai giudici, ma ancora contestata dalla difesa e mai sottoposta durante il processo a una nuova analisi indipendente sui campioni originali.
Non sappiamo se nuove verifiche cambierebbero qualcosa. Potrebbero confermare la condanna. Potrebbero aprire scenari diversi. Ma rifiutare persino di controllare sarebbe il contrario della giustizia.
La vera battaglia non dovrebbe essere per liberare chi ci sta più simpatico, ma per essere certi che nessuno trascorra la vita in carcere sulla base di una prova che poteva essere verificata e non lo è stata.

