Accade in Friuli-Venezia Giulia, a Morsano al Tagliamento. La scuola a tempo pieno prevede per sua natura il tempo mensa come parte integrante del percorso formativo e didattico dei bambini. Tradotto: frequentare la mensa è obbligatorio.
Eppure, a fronte di questo obbligo, la realtà con cui devono fare i conti i genitori è sconcertante: nessuna agevolazione legata all’ISEE per il primo figlio, a prescindere da quanto sia basso il reddito della famiglia o da quanto questa stia annaspando dal punto di vista economico.
Il paradosso del “Primo Figlio”: Se sei povero, paghi comunque quota piena
La recente decisione di adeguare (o meglio, aumentare) le tariffe porta il costo del singolo pasto a 5,00 euro. Per un mese scolastico tipo di circa 20 giorni di presenza, significa una spesa di 100 euro al mese per ciascun bambino.
L’unica forma di riduzione prevista dal regolamento comunale riguarda la presenza di un secondo o terzo figlio contemporaneamente iscritti al servizio. Una misura condivisibile per le famiglie numerose, ma che trasforma la gestione dei servizi sociali in un paradosso discriminatorio:
- Se hai un solo figlio e vivi sotto la soglia di povertà, paghi 5 euro a pasto.
- Se hai un ISEE basso ma non rientri nei criteri dei rari contributi a consuntivo, paghi 5 euro a pasto.
- Se non hai la possibilità fisica o logistica di ritirare tuo figlio da scuola a metà giornata (ammesso che l’organizzazione scolastica lo consenta), sei obbligato a pagare 5 euro a pasto.
Dalla funzione sociale al “Servizio a Domanda Individuale” esoso
Mentre le istituzioni a tutti i livelli riempiono i dibattiti politici con parole d’ordine come “sostegno alla natalità”, “inclusione sociale” e “diritto allo studio”, sul territorio i Comuni scaricano sui cittadini i costi di gestione dei servizi essenziali.
Trattare la mensa scolastica come un semplice servizio a copertura economica e non come un presidio sociale e formativo garantito significa ribaltare la responsabilità sui più deboli. Una famiglia monoreddito o con lavori umili e precari si trova così messa con le spalle al muro: scegliere se tagliare altre spese primarie (come la spesa alimentare di casa o le bollette) o rischiare di accumulare debiti con il proprio Comune per permettere al figlio di andare a scuola.
Oltre il danno, la beffa: Qualità del servizio sotto la lente
A rendere ancora più amaro questo quadro è la percezione sulla qualità del cibo somministrato. Quando il costo del buono pasto sale a cifre importanti per l’economia familiare, la pretesa che i pasti serviti ai bambini siano sani, appetibili e preparati con materie prime di qualità non è un capriccio: è un diritto minimo.
Quando una comunità locale smette di calibrare i costi dei servizi pubblici in base alla reale capacità contributiva delle persone (il principio di progressività garantito dalla Costituzione), non si sta facendo buona amministrazione: si sta semplicemente voltando le spalle a chi ha più bisogno.

