I Boomer contro lo sciopero: la generazione che ha rotto l’Italia e ora si lamenta pure se qualcuno prova a salvarla

Da chi ha costruito autostrade sull’amianto a chi oggi piange per un venerdì di stop. La verità amara: i Boomer non sopportano gli scioperi perché ricordano loro quanto hanno fallito.

C’è una frase che rimbalza sotto ogni post:

“Lasciateci lavorare per favore.”
Come se il mondo potesse reggersi sulle loro spalle stanche, come se un giorno senza timbrare il cartellino potesse far crollare la civiltà.

Domani c’è uno sciopero. Non per alzare gli stipendi, non per un bonus pizza e birra, ma per dire basta alla guerra, per fermare il business di chi si arricchisce con i morti, per dare un segnale chiaro: non nel mio nome.
Eppure, chi è che si lamenta più di tutti?
Non i giovani precari, non i rider, non chi guadagna 800 euro al mese.
No. A gridare “vergogna!” sono proprio i boomer.

Quelli che si sono presi l’Italia su un piatto d’argento, l’hanno spremuta come un limone, e adesso che non resta più niente da succhiare, si mettono pure a fare i martiri del lavoro.
Gli stessi che hanno vissuto anni di crescita, mutui ridicoli, assunzioni a vita, tredicesime e pensioni d’oro, ma adesso sbroccano per un venerdì senza stipendio pieno.

Ignoranti, oggi parliamo di loro: dei padroni nostalgici, dei profeti del “io alla tua età avevo già una casa”, dei nemici del cambiamento, quelli che vogliono “lavorare sempre” ma che non hanno mai mosso un dito per cambiare davvero qualcosa.

Questa non è una crociata contro chi ha più anni: è un atto d’accusa contro una mentalità tossica, ipocrita e distruttiva, che ancora oggi frena ogni gesto di ribellione collettiva.
E no, non ve la caverete con un “eh ma voi giovani non avete voglia di fare un cazzo”: voi Boomer avete fatto fin troppo, ma quasi tutto male.

Gli stessi che hanno distrutto l’Italia, ora piangono se qualcuno la ferma un giorno

Vediamoli uno a uno, i commenti che girano online.
“Io vado a lavorare.”
“Che vergogna.”
“Sciopero di venerdì? Weekend lungo.”
“Sindacato politico.”
E poi il capolavoro: “Lasciateci lavorare per favore.”

Come se stessero salvando il Paese.
Ma salvare cosa, scusate?
Le fabbrichette tossiche costruite a due metri dai fiumi, che scaricano rifiuti e gridano al disastro quando piove troppo?
Le aziende che campano su contratti precari, mentre i titolari si lamentano dei giovani “che non vogliono lavorare”?
Le banche che hanno regalato mutui fino al collo e poi pianto miseria quando tutto è crollato?
O le città di cemento, nate senza un albero, con i centri storici svuotati e i supermercati grandi come province?

Fratello, il punto è uno: i Boomer non vogliono fermarsi perché fermare significa pensare.
E pensare fa male, specie se ti accorgi di aver buttato al cesso un intero Paese.

Dal dopoguerra al disastro: cronaca di un fallimento lungo 70 anni

Facciamo un viaggio nel tempo, così magari capiscono perché oggi c’è chi sciopera per qualcosa di più grande della pausa pranzo.

1945–1960: l’Italia delle speranze

Il Paese era distrutto, ma almeno c’era la fame — quella vera, quella che ti spinge a costruire.
Si ricostruiva tutto: strade, case, scuole. Gli scioperi servivano a strappare diritti, non a “fare il weekend lungo”.
E guarda caso, era la generazione dei nostri nonni — mica i boomer — a farli. Quelli che scendevano in piazza per dire “mai più guerra”.

1960–1980: il boom e la bolla

Arrivano gli anni del boom.
Case popolari ovunque, stipendi che crescono, fabbriche che assumono.
Ma sotto, fratello, c’è la crepa: si consuma senza limiti, si costruisce ovunque, si spende più di quanto si incassa.
I boomer crescono con l’illusione che tutto sia eterno.
L’Italia inizia a indebitarsi, a gonfiare il pubblico impiego come parcheggio elettorale, e intanto la politica compra voti a suon di assunzioni.
La festa la pagheremo noi.

1980–1990: il debito esplode

Eccolo, il conto.
Nel 1980 il debito pubblico era al 60% del PIL. Nel 1994 superava il 120%.
Un disastro scritto a mano dai governi della Prima Repubblica, votati e acclamati proprio da quei boomer che oggi dicono “non fate politica, andate a lavorare”.
Eh già, peccato che la loro politica l’hanno fatta col culo.

1990–2000: le svendite

Per rimediare, svendono tutto: Telecom, Enel, Autostrade.
E chi paga? Noi.
Le privatizzazioni le hanno firmate quelli che ora piangono per i pedaggi, dopo aver venduto le strade ai privati.
Hanno smantellato le industrie pubbliche, trasformando lavoratori in numeri, e poi hanno il coraggio di chiedere “perché scioperate?”.

2000–2010: precarietà made in casa

“Modernità” la chiamavano.
Contratti flessibili, partite IVA finte, laureati pagati come stagisti.
I boomer in pensione a 58 anni, i figli a 38 ancora con contratti da tirocinanti.
E quando qualcuno dice “sciopero”, loro rispondono “che vergogna”.
La vergogna è lavorare trent’anni senza diritti, non fermarsi un giorno per conquistarli.

2010–oggi: l’ipocrisia totale

Crisi, pandemia, guerre.
Ogni volta, la stessa reazione: “non fermatevi, lavorate, tirate avanti”.
Come se il lavoro fosse una religione e la disoccupazione un peccato.
Ma se il mondo va a fuoco, che cazzo te ne fai di lavorare su una fabbrica che domani sarà un cratere?

“Io vado a lavorare”: la frase più triste d’Italia

Non è orgoglio. È sindrome da catena.
“Io vado a lavorare” lo dicono come fosse un atto eroico, quando invece è rassegnazione travestita da virtù.
Se domani ti dicono che con le tue tasse comprano bombe, e tu rispondi “io vado a lavorare”, non sei un eroe, sei un ingranaggio felice di esserlo.

E poi diciamolo: molti di quelli che sbraitano contro lo sciopero sono già in pensione o hanno attività mezze vuote.
Non lavorano per sopravvivere. Lavorano perché non sanno più vivere senza lavorare.
Perché fermarsi significherebbe guardarsi allo specchio e chiedersi:

“Cosa ho fatto in tutti questi anni, oltre a timbrare un cartellino e lamentarmi dei giovani?”

E la risposta farebbe troppo male.

“I sindacati fanno politica” – ma va? E tu hai votato chi ha distrutto i tuoi diritti

Uno dice “Landini fa politica!”.
E meno male.
Meglio un sindacato che rompe i coglioni per Gaza che un politico che ti frega il TFR con un sorriso.
Il sindacato nasce politico.
È la voce collettiva che urla contro chi governa male.
Il problema non è che fanno politica: è che voi avete smesso di farla, accettando tutto come fosse destino.

Avete votato chi tagliava la sanità, chi bloccava i salari, chi spalmava debito sui nipoti.
E ora vi scandalizzate se qualcuno sciopera contro le guerre?
Le guerre che voi avete alimentato, consumando, comprando, votando senza mai pensare.

“Sempre di venerdì” – sì, così vi rode di più

Eh già, sempre di venerdì.
Sai perché? Perché è il giorno in cui vi pesa di più.
Perché è quello in cui vi ricordate che la vita non è solo lavoro, ma voi l’avete dimenticato.
Un giorno in cui potevate stare con la famiglia, portare il nipote al parco, fare due chiacchiere con vostra moglie invece di scrollare Facebook incazzati.
Ma no.
Meglio lamentarsi, meglio insultare, meglio fare i martiri del cartellino.
Non sia mai che qualcuno vi mostri che la libertà è anche potersi fermare.

“Che vergogna!” – No, la vergogna è la vostra memoria corta

Vergogna?
Vergogna è aver riempito il Paese di auto, centri commerciali, cemento e mutui, e poi lamentarsi dell’inquinamento.
Vergogna è aver votato per trent’anni chi rubava, e poi dire “la politica è tutta uguale”.
Vergogna è aver accettato contratti a 5 euro all’ora per i vostri figli, purché non disturbassero troppo.
Vergogna è insegnare obbedienza invece che ribellione.
Vergogna è lamentarsi dei migranti dopo aver spopolato il sud e colonizzato il nord.
Vergogna è ridere di chi lotta e piangere solo quando tocca a voi.

Fermatevi, cazzo. Guardate cosa avete costruito.

Guardate le vostre città: buche, smog, centri commerciali e nessuna libreria.
Guardate le scuole: cadono a pezzi.
Guardate i vostri figli: emigrati, stressati, disillusi.
Guardate la politica: un reality show.
Guardate voi stessi: arrabbiati, nostalgici, senza più sogni.

E poi, con che faccia, venite a dire “non serve scioperare”?
Il vostro lavoro ha costruito molto, sì, ma ha distrutto di più.
E oggi, davanti a una guerra, dovreste essere i primi a dire “basta”, non i primi a lamentarvi perché chiudono la tangenziale per un corteo.

La libertà non è lavorare sempre: è sapere quando dire basta

Fermarsi non è un reato. È un atto di coscienza.
Scioperare è dire “non ci sto”, è disobbedienza civile, è la voce di chi non vuole essere complice.
E se per voi “lavorare sempre” è l’unico modo per sentirvi vivi, forse è perché non avete costruito nient’altro.
La famiglia? Persa per strada.
Le passioni? Uccise dalla routine.
Il tempo libero? “Una roba da fannulloni”.
E ora che il mondo vi chiede di scegliere tra pace e stipendio, scegliete il cartellino.
Congratulazioni. Vi siete guadagnati la catena a vita.

Se vi pesa un giorno, pensate a chi non ha un domani

Mentre voi vi incazzate perché un venerdì non potete aprire il negozio, ci sono famiglie che non sanno se avranno un tetto stasera.
Mentre dite “lasciateci lavorare”, ci sono bambini sotto le bombe che non vedranno mai una scuola, un ufficio, una fabbrica.
E voi, col culo al caldo, avete il coraggio di dire “non serve a niente”?
Lo sciopero non è la soluzione. È un segnale.
Un modo per dire “il mondo va storto, e io non ci sto”.

Se non siete capaci di fermarvi un giorno per riflettere, meritate di lavorare fino all’ultimo respiro — da soli, arrabbiati e inutili.

La verità finale

I Boomer non odiano gli scioperi.
Odiano la memoria.
Ogni volta che vedono un corteo, ricordano quando anche loro credevano in qualcosa.
Ogni volta che un giovane si ferma, ricordano che loro non lo fanno più.
Ogni volta che qualcuno alza la testa, si vedono per quello che sono diventati:
ingranaggi rassegnati, custodi del nulla, nostalgici del tempo in cui bastava lavorare per sentirsi giusti.

Ignoranti, domani fermatevi.
Non per moda, non per Landini, non per Gaza soltanto.
Fermatevi per voi stessi.
Per dire che non lavorerete mai più in silenzio mentre il mondo crolla.
E a chi urla “lasciateci lavorare”, rispondete con un sorriso:

“No, lasciateci vivere.”

Un commento

  1. Purtroppo faccio parte della generazione incriminata …ma come allora…svegliatevi e fatevi sentire.. abbiamo fallito!! Abbiamo almeno il coraggio d ammetterlo e.. .l altrettanto coraggio x ricominciare!!!

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