Una critica legittima, una risposta fuori scala e il confine che non andava superato
Conosco Riccardo Aldighieri da tempo, lo seguo, commento, osservo. E la mia posizione è sempre stata limpida: il problema non è la disabilità, il problema è l’ossessione per i social e per la costruzione continua di una narrativa vittimistica. Ogni contenuto diventa pretesto per ribadire “sono disabile”, “ho fatto un passo”, “sono forte”, “sono unico”. Legittimo? Sì. Intoccabile? No. Se ti esponi, accetti anche la critica, soprattutto quando quella critica non insulta, non deride e non bullizza, ma contesta una linea comunicativa.
Io ho sempre scritto questo: invece di fare manfrine autoreferenziali, mostra le abilità, il valore, i contenuti. È una critica dura? Certo. È violenza? No. È bullismo? Neanche lontanamente. È opinione, espressa senza minacce, senza offese personali, senza attacchi alla condizione fisica. Punto.
Oggi però succede il salto di qualità sbagliato. Arriva un video risposta che prende il mio commento, lo isola dal contesto, non spiega nulla, non chiarisce il senso della critica e mi dipinge come uno dei soliti mostri del web. Risultato? Una shitstorm pilotata. Gente che non sa nulla, non ha letto nulla, non ha capito un cazzo, che parte con insulti pesanti, minacce, accuse. Tutto questo perché il creator decide di semplificare la realtà per ottenere consenso emotivo.

Qui non siamo più nel dissing da commenti. Qui siamo nel momento in cui la responsabilità comunicativa diventa reale. Se hai una community grossa, se sai come funziona l’algoritmo, se sai che un video così scatena reazioni a catena, non puoi far finta di niente. O spieghi il contesto, o ti assumi le conseguenze di quello che scateni, sarò costretto a sporgere denuncia prima che le minacce e offese continuino.
La cosa grave non è la risposta in sé. È aver costruito una narrazione falsa: io come bullo, lui come bersaglio assoluto. Nessuna spiegazione, nessun riferimento alla critica reale, solo emotività sparata a mille. E quando da lì partono minacce e offese serie, il giochino smette di essere social.
Ora la posizione è semplice e lineare: scuse pubbliche, con chiarimento del contesto e rettifica della narrazione. Non per orgoglio, ma per responsabilità. Perché quando usi la tua visibilità per colpire qualcuno senza raccontare tutta la storia, stai giocando sporco. E quando le conseguenze diventano concrete, non puoi nasconderti dietro il “non volevo”.
La critica resta. La libertà di parola resta. Ma resta anche una domanda enorme, che vale per tutti quelli che vivono di engagement: quanto sei disposto a distorcere la realtà pur di tenere alta l’attenzione?
Io aspetto le scuse pubbliche per qualche giorno…
Quando la fragilità diventa un brand, la critica viene scambiata per violenza e il consenso vale più della verità.
Donovan Rossetto

